Il dramma che il mondo non vede
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- Creato: 08 Agosto 2015
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ERBIL, 7. «È stato orribile. Non dimenticherò mai il terrore impresso sul volto di decine di migliaia di persone. Erano convinti che lo Stato islamico li avrebbe uccisi». Rami, 22 anni, è uno dei rifugiati cristiani ospitati dal centro Mar Elia, il campo profughi gestito dalla Chiesa cattolica a Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. Racconta di quella tragica notte di un anno fa, tra il 6 e il 7 agosto 2014, quando lui e la sua famiglia sono dovuti fuggire da Qaraqosh assieme ad altri 60.000 cristiani. Un dramma al quale, come ha ribadito l’a rc i v e s c o - vo Maroun Elias Lahham, ausiliare di Gerusalemme dei Latini e vicario patriarcale per la Giordania, in un’intervista a Tg2000, «la comunità internazionale politica» sembra assistere in modo «assolutamente inerte, assente, silenziosa anzi complice ». Così, prosegue il racconto di Rami, «quando l’esercito curdo si è ritirato sapevamo che nessuno ci avrebbe più difesi dal califfato. Avevo talmente paura che per la fretta di fuggire ho lasciato a casa anche i miei documenti». La famiglia di Rami è giunta a Erbil all’una di notte. «La città era piena di rifugiati e i primi giorni abbiamo dormito nel giardino della chiesa di Sant’Elia. Solo dopo qualche settimana ci siamo trasferiti in una tenda ». Come molti altri cristiani iracheni, il giovane non era nuovo alla condizione di rifugiato, giacché si era trasferito a Qaraqosh soltanto nel gennaio del 2014. «Avevamo lasciato Mosul perché la città era divenuta troppo pericolosa. I jihadisti avevano rapito diversi cristiani e temevamo per la nostra vita». La testimonianza di Rami è stata raccolta e diffusa da Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs), la fondazione pontificia che, dal giugno 2014 a oggi, ha realizzato progetti in favore dei cristiani iracheni per un totale di oltre 8 milioni di euro. E, proprio pochi giorni fa — riferisce un comunicato di Acs — è stato approvato un ulteriore contributo di 2 milioni di euro, per sostenere per sei mesi le spese d’affitto degli alloggi in cui vivono migliaia di rifugiati cristiani. Ma, soprattutto, Acs ha indetto una giornata internazionale di preghiera per ricordare il primo anniversario della fuga di 120.000 cristiani dalla Piana di Ninive. Un’iniziativa cui è possibile aderire anche attraverso gli hashtag #PrayForIraq e #WeAre- Christians. A distanza di un anno dalla loro fuga, la Chiesa rimane l’unico punto di riferimento dei cristiani iracheni. «Cerchiamo di tenere i fedeli sempre impegnati, specialmente i ragazzi», racconta padre Douglas Bazi, il sacerdote caldeo che dirige il centro Mar Elia. «Ogni giorno nei rifugiati diminuisce sempre più la speranza di tornare a casa, ma a dispetto di tutto non hanno mai perso la fiducia nel futuro. Il 6 agosto è per noi un giorno di dolore, ma anche di speranza. Perché è il giorno in cui Dio ci ha salvati». Una situazione condivisa dai cristiani rifugiati in Giordania. «Oggi – racconta monsignor Lahham — sono circa 8.000 i cristiani iracheni nelle nostre parrocchie. La situazione è molto difficile: vivono nelle aule del catechismo e in ogni spazio disponibile ».
© Osservatore Romano - 8 agosto 2015