Una lunga storia di tolleranza e collaborazione
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- Creato: 27 Agosto 2015
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BEIRUT, 27. «Non si può costringere alla conversione né perseguire chi ha una fede diversa dalla propria. L’islam vieta di condurre una guerra contro chi è diverso, scacciarlo dalle proprie terre e limitarne la libertà in nome della religione. Beirut si fa portavoce dell’islam liberale che vuole la convivenza con i cristiani, di cui è ricca la tradizione del Libano ». Sono alcune delle importanti affermazioni contenute nella «Dichiarazione di Beirut sulla libertà religiosa», pubblicato dalla Makassed di Beirut, autorevole associazione sunnita considerata faro di tolleranza nell’educazione civica e religiosa. Il messaggio — diffuso integralmente da AsiaNews — è stato preparato lo scorso giugno e pubblicato pochi giorni fa. La dichiarazione è volta a mettere nero su bianco la posizione dei musulmani del Libano nei confronti della violenza compiuta in nome della loro religione. In essa viene chiarito quali siano gli insegnamenti fondamentali dell’islam e quando, invece, esso viene “preso in ostaggio” per giustificare logiche di potere. «Il Libano, gli altri Paesi arabi e i musulmani — si legge nella ichiarazione — sono oggi in tumulto a causa della religione, del settarismo e del confessionalismo. Le persone sono uccise, private della propria casa e della dignità. In questa situazione anormale, la religione è sfruttata per motivi politici, sacrificando invano persone, Paesi e civiltà. Questo sta provocando il sorgere dell’islamofobia in varie parti del mondo. La convivenza e i valori ereditati dalla nostra civiltà, come pure il futuro dei nostri giovani, sono seriamente minacciati». Nel testo viene sottolineato che l’associazione Makassed di Beirut si ritiene responsabile nel «costruire una società dove le persone possano vivere insieme in libertà, in una società civile» aperta al progresso, «che può affrontare i pericoli che minacciano la nazione, i suoi cittadini, i valori morali e religiosi. La Makassed è chiamata a opporsi all’estremismo e alla violenza, e per questo annuncia la «Dichiarazione di Beirut sulle libertà religiose», confermando i valori tradizionali che sono gli illuminati valori di Beirut e del Libano, per salvaguardare la dignità di ogni cittadino ed essere umano». Con le sue iniziative la Makassed spera di salvare e proteggere la religione da coloro che tentano di prenderla in ostaggio con falsi slogan. «La fede religiosa è una libera scelta e un libero impegno. È un diritto di ogni persona. Per più di 13 secoli — ricorda il testo — la nostra terra ha visto moschee, chiese e luoghi di culto costruiti fianco a fianco. Noi vogliamo che questa eredità di libertà, di collaborazione e di vita comune rimanga profondamente salda nella nostra terra, nelle nostre città e tra i nostri giovani. Negare il diritto delle comunità cristiane di esercitare la loro libertà religiosa e distruggere le loro chiese, i loro monasteri e istituti educativi e sociali, è contrario agli insegnamenti dell’islam ed è una violazione palese dei suoi principi, visto che questi abusi sono compiuti nel suo nome». Da qui l’appello ai compatrioti cristiani «perché resistano agli atti di terrore che cercano di cacciarli dalla loro terra»: «li sollecitiamo a rimanere attaccati e radicati in profondità a queste terre, insieme ai loro fratelli musulmani, godendo insieme a loro degli stessi diritti e doveri. In questo modo loro, con i compatrioti musulmani, salvaguarderanno i nostri valori comuni e la nostra convivenza in una comunità multireligiosa e onnicomprensiva. La nostra eredità comune, come credenti in Dio — viene spiegato nella dichiarazione — ci impone di rigettare le costrizioni in ambito di fede, di rispettare la libertà intellettuale e di accettare le differenze fra gli uomini come un’espressione del volere di Dio. Solo Dio può giudicare gli uomini laddove essi differiscono». Secondo gli estensori del testo, il Corano riconosce solo due ragioni per una guerra comunque difensiva: la persecuzione religiosa e l’espulsione dalla propria terra. «Agli occhi del Corano, nessuno ha il diritto di fare la guerra a una persona a causa del suo credo o ad un popolo o una comunità per cacciarli dalle loro case, o privarli della loro terra. È perciò nostro dovere unire gli sforzi per proteggere le libertà religiose e nazionali, rispettare la dignità umana per proteggere la convivenza sulla base della giustizia e dell’amore. Conoscere e riconoscersi gli uni gli altri è un comando divino ». Del resto, mai le società umane sono state univoche «nel loro atteggiamento e nel loro modo di vivere, o anche nel loro credo religioso ». Il testo sottolinea quanto sia importante il «diritto di partecipare alla vita politica e pubblica, che è fondato sui principi dell’uguaglianza, della libertà di scelta e della responsabilità individuale». L’islam, come ha dichiarato recentemente anche un documento diffuso dall’università di al-Azhar, «non impone uno specifico regime politico e non approva uno Stato religioso. Il sistema politico, in qualunque società, è la creazione della gente in quella società, musulmani e non musulmani. Secondo gli accordi comuni, il popolo sceglie il proprio sistema di governo, e lo cambia secondo la sua libera volontà e seguendo i suoi interessi. Perciò, considerare uno specifico sistema politico come sacro o infallibile, o come una materia di fede religiosa, è un fraintendimento della religione e una imposizione sulla gente, che sia musulmana o non musulmana. Tutte le persone sono protette dallo Stato nazionale che esse hanno creato ed esse rispettano la costituzione e le leggi che le considera uguali in diritti e doveri». Infine, nel ricordare che la cultura araba ha avuto una civiltà gloriosa e pluralista e che ha contribuito al progresso del mondo e alla creazione di Stati e sistemi di governo e istituzioni, i firmatari sottolineano che «la religione non è mai stata un ostacolo a questi traguardi. Se noi oggi ci volgiamo contro questa cultura in nome della religione, noi tradiamo la grande eredità del passato e la nostra costante lotta per il progresso e la sicurezza».
© Osservatore Romano - 28 agosto 2015