Ho molti sogni
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- Creato: 04 Settembre 2015
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Storie e testimonianze di rifugiati e migranti siriani a contatto con la realtà europeaKARINA ALARCÓN
«Ich bin stolz, weil ich kurde». È questo lo stato di Whatsapp di Meskin Hagi, 27 anni. Ci sono due errori grammaticali in tedesco, ma l’idea è chiara: «sono orgogliosa di essere curda». Dopo nove mesi trascorsi in Svizzera, ha superato tre livelli elementari della lingua. È arrivata con sua madre, con due fratelli minorenni e un altro di 19 anni. Suo fratello maggiore già si trovava qui e ha richiesto il visto d’ingresso per i suoi familiari a motivo del conflitto bellico in Siria. Sono andati a piedi fino al confine meridionale con la Turchia, dove hanno preso un volo diretto per Zurigo al costo di 550 euro. Un’agenzia svizzera in Turchia si è occupata di tutte le pratiche.
Non tutti riescono a entrare in Europa con la stessa fortuna. Dal 2011, quando è scoppiata la guerra civile in Siria tra le forze armate del Governo di Bashar Al Assad e i gruppi ribelli, più di un milione di siriani sono fuggiti in Libano. Per questo piccolo Paese l’arrivo precipitoso di rifugiati è un carico pesante. Il Governo fa tutto il possibile perché i siriani non rimangano, perciò la situazione è esasperante. «Dormo su un materasso nel salone in attesa di trovare un appartamento solo per me» racconta Hagi, perché, a parte suo fratello e sua madre, è l’unica ad avere lo status F (Flüchtlinge), quello di rifugiata. Ciò le consente di ricevere aiuto sociale dal cantone: 700 franchi svizzeri al mese per cibo, trasporti e spese personali, il pagamento degli studi di tedesco e dell’assicurazione medica, come pure una quota fino a 1000 franchi al mese per affittare un appartamento. Sebbene i rifugiati in questo Paese ricevano i soldi per pagare un affitto, la loro missione praticamente impossibile è di trovare qualcuno che decida di dare loro un appartamento. Il timore è che il contratto non duri, che ci vivano più persone di quelle pattuite e che non conservino in buono stato l’immobile: sono questi i principali pregiudizi in gioco. Nel frattempo i rifugiati vivono in case assegnate dallo Stato o in centri di passaggio dove condividono cucina, salone e servizi igienici. D all’inizio di quest’anno, in Europa occidentale vivono come profughi quasi quattro milioni di siriani, di cui il quaranta per cento è costituito da bambini al di sotto dei 12 anni. Dodici milioni di siriani hanno bisogno di aiuto di emergenza secondo la Acnur, ossia più della metà della popolazione. Circa 15,5 milioni di persone si trovano in questa condizione di emergenza in Medio oriente. Nel 2014 Medici senza Frontiere (Msf) ha registrato 60 milioni di rifugiati e dislocati, la cifra più alta dalla seconda guerra mondiale. Il «New York Times» (nel numero del 31 agosto di quest’anno) ha pubblicato una statistica sul numero delle richieste di asilo ricevute tra gennaio e giugno 2015: la Svezia è al primo posto con 2359 richieste per ogni 100.000 abitanti, seguita da Montenegro, Ungheria, Austria, Svizzera e Norvegia. Germania, Danimarca e Grecia occupano il nono, decimo e undicesimo posto, rispettivamente, mentre la Spagna è il Paese occidentale con meno richieste di asilo: appena 45. In un’intervista alla rete radiotelevisiva svizzera (SRF3), Florian Westphal, direttore della sezione tedesca di Msf, ha detto che la Ue fa troppo poco al riguardo, come si vede nelle tragedie che avvengono nel mar Mediterraneo, dove le persone continuano a morire affogate. «La Ue commette errori politici fondamentali » poiché proibendo l’accesso in modo legale e sicuro in Europa alle persone di regioni in conflitto come Siria e Afghanistan, «le getta direttamente tra le braccia dei trafficanti di p ersone». I fratelli minorenni di Hagi hanno ricevuto lo status N. Tuttavia «N qui è niente», precisa Hagi, poiché in tal modo i suoi fratelli non possono spostarsi né cercare lavoro. «Devono aspettare che li chiami l’avvocato da Berna e dica loro che cosa fare. Perciò io qui mi sento reclusa». Prima Meskin viveva in un centro comunale. Se suo fratello andava a trovarla, c’era sempre chi chiamava la polizia perché controllasse quando doveva andare via, non più tardi delle 22. «E se io volevo dormire dalla mia famiglia, accadeva la stessa cosa. A parte che condividevo la stanza con un’altra donna, una siriana che era matta» dice mostrando le sue mani graffiate. «Mi sono stancata e perciò ho chiesto il permesso al municipio per andarmene da mia m a d re » . In futuro Meskin vuole lavorare come oculista, la sua professione. Ma, soprattutto, vuole tornare nel suo Paese e sentirsi libera. Sebbene in Svizzera viva in condizioni migliori della maggior parte dei rifugiati o immigrati illegali, ha di fronte vari ostacoli per ottenere un passaporto (B) che le consenta di trovare un lavoro, affittare un appartamento e trasferirsi dove vuole senza dover rendere conto dei suoi spostamenti né avere il marchio incerto di rifugiata. «Per questo voglio lavorare in nero (senza contratto ufficiale) perché se ottengo un lavoro fisso l’assistenza sociale non mi pagherebbe né il corso di tedesco né l’appartamento. Non m’importa lavorare persino gratis. Voglio imparare la lingua e avere un’occupazione» dice Meskin. Sei mesi fa ha chiesto al comune di trovarle un qualche impiego. «Altri che non volevano lavorare li hanno già chiamati», dice sorridendo. «Ci andrò di nuovo». Un’altra cosa che Meskin non capisce è perché i luoghi pubblici non siano divisi per aree, come le piscine, tra uomini e donne. «Mio fratello piccolo mi prega sempre di entrare in acqua con lui, ma io non posso perché ci sono altri uomini. Mio fratello maggiore si infastidirebbe se lo facessi. Non gli piace neppure che usi pantaloni corti o indumenti senza maniche». La storia di Meskin è come quella di tante altre profughe. Una volta arrivata in Germania, suo marito è diventato violento: la perseguitava in tutte le case protette a cui veniva assegnata e perciò è fuggita in Svizzera attraverso la frontiera di Costanza con l’aiuto di una volontaria di una chiesa tedesca. Suo figlio maggiore, diciassettenne, era rimasto volontariamente con il padre per evitare problemi. «La mia sorella maggiore è rimasta in Siria con il marito e i figli. Stanno bene, per ora». Meskin ha anche un’altra sorella in Germania, Wafa, che dopo un breve soggiorno in Svizzera con le sue due figlie minori, Mefa e Merva, è dovuta tornare ad Amburgo. All’inizio sono fuggite non solo per evitare il conflitto, ma anche per trovare cortisone per la figlia più piccola, che è malata. In Siria stava per morire dopo sette giorni senza questo medicinale. «Wafa mi ha scritto, dice Meskin al telefono. Mi ha chiesto di raccontarle che suo figlio ora sta con lei. È andata dall’avvocato e ci è riuscita. Siamo felici!». A marzo di quest’anno il Consiglio federale della Svizzera ha deciso di aprire le frontiere ai rifugiati della Siria. In teoria riceveranno lo status di rifugiati senza lunghi processi di richiesta di asilo. L’obiettivo è di dare protezione ad almeno 3000 persone nei prossimi tre anni. Inoltre 1000 siriani con parenti già in territorio svizzero, riceveranno un visto umanitario. «Quando potremo tornare nel nostro Paese? Non lo so. Il mio sogno è di poter restare in Siria, con il mio lavoro e la mia famiglia; vivere con persone buone e in pace, anche se persone buone s’incontrano pure qui» dice Meskin. «In realtà ho molti sogni».
© Osservatore Romano - 5 settembre 2015