La sfida della collaborazione

beirut viewBEIRUT, 7. I primati delle Chiese siro-antiochene — il patriarca di Antiochia dei Siri, Ignace Youssif III Younan e quello siro ortodosso Ignazio Aphrem II — hanno sottoscritto e inviato una lettera ai massimi rappresentanti delle istituzioni irachene (capo di stato, primo ministro e presidente del parlamento) per chiedere che la Costituzione riconosca e includa anche la componente sira tra le etnie dell’Iraq nominate dalla Carta fondamentale. Una misura richiesta, è stato spiegato, come atto dovuto per garantire «il diritto del nostro popolo».
La firma congiunta — riferisce l’agenzia Fides — è avvenuta in occasione della visita resa nei giorni scorsi dal patriarca siro cattolico presso la residenza patriarcale nel monastero di Mor Yacoub Baradeus a Atchaneh, Bikfaya, in Libano, dove si è da poco concluso il sinodo della Chiesa siro-ortodossa. La presa di posizione arriva pochi giorni dopo il voto, da parte del parlamento iracheno, di una mozione che ha frenato per ora ogni ipotesi di modifica dei confini e dello status giuridico della provincia settentrionale di Ninive. Perché, è stato osservato, le questioni riguardanti il futuro assetto istituzionale dell’area, dalla quale oltre due anni fa decine di migliaia di cristiani furono costretti alla fuga, saranno trattate solo se e quando sarà realizzata la piena liberazione di quelle terre dal dominio dei jihadisti dell’autopro clamato Stato islamico. Un voto che ha ricevuto anche il sostanziale apprezzamento da parte del patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphaël I Sako, per il quale «in questo momento ci sono già tante guerre e divisioni fra i vari gruppi iracheni, mentre l’essenziale è difendere il principio di unità». Perché se ora prevalgono le divisioni o gli interessi personali, di cristiani e non, «si manda un segnale negativo» in Iraq e agli occhi della comunità internazionale. Di recente, i due primati delle Chiese siro-antiochene avevano già condiviso una iniziativa congiunta per il riconoscimento pubblico della propria componente etnica. Nel maggio scorso, infatti, avevano sottoscritto un documento per chiedere che un seggio nel parlamento libanese fosse riservato a un rappresentante politico appartenente alla Chiesa siro-ortodossa, e un altro seggio fosse garantito per regolamento a un rappresentante della comunità sirocattolica. In quel documento si chiedeva anche di garantire ai membri delle due comunità cristiane una maggiore presenza negli uffici e negli incarichi pubblici, evitando discriminazioni conclamate o occulte di ogni sorta. Il sistema delle “quote” parlamentari garantite alle minoranze cristiane è in vigore in diversi paesi arabi a maggioranza musulmana, come l’Egitto e l’Iraq. In Libano, come è noto, il delicato sistema istituzionale riserva la carica di presidente della Repubblica a un cristiano maronita. Tuttavia, dal maggio 2014 tale carica è rimasta vacante e non si riesce a trovare il consenso necessario per l’elezione di un nuovo capo dello stato. In questa prospettiva anche negli ultimi giorni, da parte di leader religiosi cristiani e musulmani libanesi si sono succeduti nuovi appelli alla classe politica e dirigente del paese dei cedri perché compia gli sforzi necessari per l’elezione del presidente. Domenica scorsa, il cardinale Bechara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti, che nei mesi scorsi aveva più volte severamente stigmatizzato i veti incrociati tra le forze politiche nazionali e le interferenze straniere che da più di due anni impediscono l’elezione di un nuovo presidente, è tornato a criticare con decisione le resistenze e soprattutto le trattative poco trasparenti e dignitose. Posizione che mercoledì ha ricevuto il sostegno dei vescovi maroniti. Sulla complessa situazione, riferisce l’agenzia AsiaNews, è intervenuto anche il gran muftì Abdul Latif Daryan, massima autorità sunnita del paese, il quale ha invitato a sostenere gli sforzi messi in campo per sbloccare l’impasse presidenziale.

© Osservatore Romano - 8 ottobre 2016