No a discriminazioni e pregiudizi · L’impegno della Chiesa a favore dei malati di lebbra ·

lebbrosiNell’anno in cui ricorre il decennale della canonizzazione di Damiano de Veuster, apostolo dei lebbrosi nell’isola di Molokai, la Chiesa non abbassa la guardia nell’infaticabile opera di sensibilizzazione, vicinanza e cura nei confronti delle vittime del

morbo di Hansen, che continua a colpire nonostante i grandi progressi della scienza medica.

Per questo, in occasione della giornata mondiale dei malati di lebbra, celebrata domenica scorsa 27 gennaio, il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, ha inviato un messaggio ai presidenti delle Conferenze episcopali, ai vescovi incaricati per la pastorale della salute, ai religiosi e alle religiose degli ordini ospedalieri, agli operatori e ai volontari impegnati nella lotta a questa piaga, che affligge «ancora soprattutto le persone più disagiate e più povere», sebbene le possibilità di diagnosi siano migliorate e i trattamenti siano più accessibili. Al punto che vengono registrati ogni anno oltre duecentomila nuovi casi, il 94 per cento dei quali concentrati per lo più in 14 paesi, con India, Brasile e Indonesia in testa.

Del resto, spiega il porporato, «una terapia multifarmacologica e centri clinici specializzati hanno dimostrato la loro efficacia» contro la patologia, ma «nessuna istituzione può da sola rimpiazzare il cuore o la compassione umana, nel momento in cui bisogna andare incontro alla sofferenza dell’altro». Da qui la scelta del tema per la Giornata del 2019: «Porre fine a discriminazione, stigmatizzazione e pregiudizio». Infatti, nota il prefetto, «uno dei bisogni fondamentali nelle vite di coloro che sperimentano questa malattia devastante è l’amore». E il modello è proprio il missionario fiammingo della congregazione dei Sacri cuori di Gesù e Maria (Picpus), soprannominato anche “l’eroe della carità”. Nato in Belgio nel 1840, Joseph de Veuster dopo l’ordinazione sacerdotale divenne padre Damiano e svolse il suo ministero nell’isola di Molokai, alle Hawaii, scegliendo di rimanervi anche dopo aver contratto la malattia. «Predicava il Vangelo della misericordia — commenta Turkson — a una comunità alla quale di solito ci si rivolgeva da una certa distanza, mostrando la vicinanza di Dio a “noi lebbrosi”». Morì in quella landa desolata chiamata “terra dei precipizi”, un aspro promontorio tra le scogliere e il mare, un inferno nel paradiso naturale hawaiano, dopo sedici lunghi anni «di compassionevole cura, che rivelava il volto di Cristo a coloro che serviva». Beatificato da Giovanni Paolo II nel 1995, è stato proclamato santo da Benedetto XVI nel 2009.

Il messaggio del cardinale Turkson, riferendosi all’«eccesso di attivismo» nel «servire il povero e i bisognosi» a cui accenna Papa Bergoglio nell’Evangelii gaudium, sottolinea che alla conversione di san Francesco d’Assisi «contribuì un incontro con un lebbroso». Perché «alla fine si occupò di quella persona — figura di Cristo crocifisso — la aiutò e la baciò». E poiché «ogni vero incontro ha il potere di riportare vita e speranza», ecco che «a livello pratico, ci sono molti modi nei quali quest’incontro con i malati di lebbra può essere agevolato», aggiunge il porporato attualizzando la riflessione ed esortando le istituzioni mediche e i sistemi locali di assistenza sanitaria a collaborare con le agenzie governative e le ong, al fine di «creare alleanze». Infatti, chiarisce, «non sarà uno sforzo individuale a provocare la necessaria trasformazione di coloro che combattono con la lebbra, bensì un lavoro condiviso di comunione e solidarietà».

In tal senso un altro passo fondamentale indicato dal prefetto «è la costruzione della consapevolezza, specialmente in quei paesi in cui la lebbra è una malattia endemica». In effetti, grazie all’istruzione e al contributo delle scienze molto può essere fatto «per assistere le persone alle quali è stata diagnosticata» la malattia e al contempo «per aiutare le nostre comunità a tendere una mano benevola e accogliente», sforzandosi di eliminare «discriminazione, stigmatizzazione e pregiudizio» e lavorando per la completa integrazione della persona in tutte le sue dimensioni fisiche e spirituali.

© Osservatore Romano   1.2.2019