Avanti oltre gli ostacoli

shevchuk-su-papa-FrancescoCon ampie panoramiche sulla situazione attuale delle Chiese greco-cattoliche in Romania e in Ucraina si sono conclusi ieri, giovedì 26 giugno, i lavori dell’ottantasettesima assemblea plenaria della Riunione delle opere di aiuto alle Chiese orientali (Roaco), iniziati lunedì 23. Della situazione in Romania hanno parlato monsignor Florentin Crihălmeanu, vescovo dell’e p a rc h i a di Cluji-Gherla, e monsignor Claudiu Lucian Pop, vescovo della curia arcivescovile maggiore di Făgăraş e Alba Iulia. Nell’esame della situazione offerto dai due presuli si sono intrecciati diversi elementi e sono stati tratteggiati panorami politici, sociali ed economici oltreché religiosi, tutti legati alla quotidianità vissuta dalla popolazione. Monsignor Florentin ha ripercorso il cammino compiuto dalla comunità romena a partire dall’integrazione europea sino ai nostri giorni, soffermandosi in particolare sugli effetti della crisi economica e sulle prospettive future. La sua è stata un’analisi dettagliata, suddivisa in sette grandi periodi contrassegnati dalle date che hanno portato alla rinascita e alla riorganizzazione del Paese dopo la caduta del regime comunista (1989). Dopo aver illustrato l’evolversi della situazione geopolitica generale, il vescovo ha parlato dei rapporti con la Chiesa greco ortodossa e con la Chiesa cattolica latina di Romania, sottolineando il progresso fatto registrare dal cammino ecumenico e il continuo arricchirsi del sostegno tra i cattolici di diversi riti. Per ciò che riguarda i rapporti con la società monsignor Florentin ha sottolineato il perdurare di un «secolarismo aggressivo fondato sulla ricerca dell’avere, del potere, del consumo e del piacere». Ha anche denunciato la tendenza «a relativizzare il rapporto uomo-donna, il sacramento del matrimonio, i principi morali della famiglia e quelli della salvaguardia della vita umana dalla concezione naturale alla morte naturale». Ha infine sottolineato la nascita di una nuova generazione digitale spesso soggetta a una vera e propria influenza negativa. Ciò si traduce, ha denunciato, in una nuova emergenza educativa in riferimento «al buon uso di questi mezzi in famiglia e a scuola». Il vescovo Claudiu Lucian Pop si è invece soffermato su quelle che la Chiesa greco-cattolica romena avverte come priorità pastorali. Dopo aver illustrato il percorso compiuto negli anni passati, dalla purificazione della memoria alla situazione attuale della diaspora, in costante aumento a causa del crescente fenomeno delle migrazioni, il presule ha sottolineato lo stato di minoranza in cui è costretta a vivere la comunità greco-cattolica romena. Tuttavia si tratta di una «presenza preziosa», ha detto, «in quanto esprime quella felice e provvidenziale sintesi del suo essere in piena comunione con la Sede di Pietro e, allo stesso tempo con la ricchezza dei tesori della tradizione spirituale, liturgica e disciplinare bizantina». Monsignor Pop ha concluso lamentando la mancanza, in Romania, di una voce forte e credibile che sostenga i valori della democrazia e che lotti contro la corruzione a tutti i livelli: «Quella corruzione — ha sottolineato — contro la quale la voce di Papa Francesco si alza con forza: “peccatori sì, corrotti no”». «La nostra Chiesa è credibile — ha detto — quando parla così, in quanto ha dimostrato la sua coerenza durante il periodo della persecuzione. Sostenere dunque una ripresa della Chiesa greco-cattolica in Romania vuol dire garantire non solo un progresso spirituale ma anche stabilità, equilibrio e il necessario legame con l’o ccidente». Più difficile la situazione della Chiesa greco-cattolica in Ucraina. Ne ha parlato sua beatitudine Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina. Dopo aver ricordato che quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario della legalizzazione formale della Chiesa greco-cattolica in Ucraina, il presule ha manifestato le sue preoccupazioni per quello che non ha esitato a definire «un passo indietro lungo venticinque anni», riferendosi alla minaccia di revoca dello stesso riconoscimento legale con conseguenze disastrose sul piano pastorale. Minaccia per il momento scongiurata ma sempre incombente in questo periodo difficile che sta attraversando il Paese. Tuttavia, ha notato il presule, questo periodo è comunque servito a «farci prendere coscienza di quanti, in tutto il mondo, siano pronti a stendere una mano per aiutarci»; ma soprattutto è valso «a farci comprendere meglio e a rafforzare la nostra vocazione», quella stessa che «hanno sentito e vissuto i nostri predecessori negli anni che hanno portato al riconoscimento e alla legalizzazione della nostra Chiesa: essi hanno ricevuto la grazia di riconoscere la chiamata del Signore e di seguirlo senza riserve. Anche noi siamo chiamati a seguire il Signore lungo il percorso che egli ci indica in questo nostro tempo. E siamo pronti a farlo con coraggio e senza riserve». Un percorso che si articola, ha spiegato, attraverso alcuni passaggi importanti — l’istituzione di parrocchie nelle quali far presente il Dio vivente; il servizio ai fedeli, mettendo a disposizione progetti sociali e pastorali, programmi di educazione e di sviluppo, di formazione religiosa degli adulti; un incoraggiante aumento delle vocazioni al sacerdozio; il rinnovamento della Chiesa «a partire dalla guarigione delle vecchie ferite» — e finisce per approdare a un progetto di nuova evangelizzazione. Naturalmente ci sono da affrontare numerose sfide, tra le quali non ultima la condizione di comunità minoritaria nel Paese, per di più indebolita dal costante aumento delle migrazioni. È quindi intervenuto l’a rc i -vescovo Thomas Gullickson, nunzio apostolico, il quale si è invece soffermato sulla attuale situazione socio-politica del Paese. Tra gli altri interventi, quello del custode di Terra santa, padre Pierbattista Pizzaballa, il quale ha riferito sugli incoraggianti i risultati della colletta, «da attribuire — ha sottolineato il religioso — all’impegno della Congregazione per le Chiese orientali, dei commissari e di tutti i frati della custodia». Il custode ha poi riferito dettagliatamente dell’utilizzo delle offerte ricevute. Da segnalare infine l’intervento dell’arcivescovo Giuseppe Lazzarotto, nunzio apostolico in Israele e Cipro e delegato apostolico in Gerusalemme e Palestina, il quale ha illustrato la complessa realtà in cui vivono i cristiani nella Terra santa. «È difficile — ha precisato con realismo il presule — offrire un quadro d’insieme, con prospettive reali e affidabili anche per l’immediato futuro Ciò che può essere vero oggi, questa settimana, non lo è più domani, la prossima settimana, o il prossimo mese. E mi pare che quanto sta accadendo in questi giorni in Iraq conferma in maniera drammatica la verità di questa affermazione». La vita dei cristiani in quella regione «è pesantemente segnata — ha notato — da una persistente condizione di precarietà che con il passare del tempo non accenna a diminuire ma; anzi, si aggrava» e diviene devastante, condizionando di fatto pesantemente qualsiasi proposito o iniziativa e il modo stesso in cui i cristiani guardano alla loro vita e al loro futuro. Ed è chiaro che in questo quadro, ha sottolineato, ha un posto centrale il conflitto israelo-palestinese. Sul quale peraltro si allunga ora la luce della speranza, ha ricordato l’arcivescovo, dopo l’incontro propiziato da Papa Francesco tra i presidenti palestinese e israeliano.

© Osservatore Romano - 28 giugno 2014