In preghiera per la pace
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- Creato: 03 Luglio 2014
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L’iniziativa, promossa dal vescovo ausiliare Matteo Zuppi, è stata organizzata dal Centro per la cooperazione missionaria tra le Chiese e dall’ufficio per la pastorale delle migrazioni del Vicariato di Roma, in collaborazione con l’asso ciazione «Finestra per il Medio O riente». «Stasera — ha esordito il cardinale Tauran proponendo la sua riflessione — il cuore e la mente sono mobilitati dal dramma vissuto dai fratelli e sorelle della Siria e dell’Iraq» anche se il dramma della guerra è sempre in agguato in diversi Paesi del mondo. Ma è proprio in questo tempo «in cui la violenza armata sconfina spesso nel terrorismo, facendo del nostro mondo un mondo fragile, che dubita del suo futuro, noi cristiani — ha detto il porporato — abbiamo una missione, quella che Gesù ha affidato alla sua Chiesa dopo la sua risurrezione: essere artefici di pace, là dove viviamo. Siamo tutti uomini e donne, metà buoni e metà cattivi, e quindi la guerra si annida nel nostro cuore attraverso tre atteggiamenti: la paura della differenza; il sospetto e la gelosia; la sete di possesso». E dunque quando «preghiamo per la pace dobbiamo sempre cominciare con l’instaurare la pace in noi stessi con la conversione personale» e ricordare che «non c’è pace senza verità, non c’è pace senza libertà, non c’è pace senza giustizia, non c’è pace senza solidarietà». Cosa possono fare in concreto i cristiani? Intanto possono cercare di elaborare e promuovere «una pedagogia della pace, consistente — ha spiegato il cardinale Tauran — nel promuovere il rispetto della persona, nella tutela della famiglia, cellula fondamentale della società, nel camminare con la giustizia, accettare il pluralismo, non come una minaccia, ma come una ricchezza, e infine, collaborare con tutti coloro che rifiutano di usare la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti». È pertanto necessario adoperarsi «per incoraggiare tutti quelli che si sforzano di giungere a un effettivo disarmo» e anche per «valorizzare il diritto internazionale». Questi sono valori che «noi cristiani abbiamo il dovere d’incarnare nella nostra vita quotidiana, in famiglia, a scuola, nell’università, sul posto di lavoro, nei momenti di distensione. Noi, infatti, costruiamo la pace, là dove viviamo. La costruiamo qui, stasera». Ma quando e come si costruisce la pace? Il cardinale ha elencato prima di tutto gli atteggiamenti che non aiutano a costruire la pace: «quando non apprezzo lo sforzo, la virtù degli altri; quando pretendo l’impossibile, quando sono indifferente al bene e al male degli altri; quando lavoro per due, per potermi comprare e mantenere il superfluo, mentre c’è chi non trova lavoro e manca del necessario; quando non perdono, non chiedo scusa, quando non faccio il primo passo per riconciliarmi; quando chiudo la porta del cuore, quando chiudo le mani, la bocca e non faccio niente per unire, riconciliare, scusare; quando penso solo ai fatti miei, e al mio interesse; quando rispondo “non ho tempo”, e tratto il prossimo come uno scocciatore; quando mi metto volentieri e di preferenza dalla parte di chi ha potere e ricchezza, anziché dalla parte del debole e di colui, il cui nome non è scritto sull’agenda di nessuno; quando non aiuto il colpevole a redimersi; quando taccio di fronte alla menzogna e all’ingiustizia, perché non voglio noie; quando non mi metto in ginocchio per invocarla, per ottenerla, per viverla». Invece, ha concluso, costruiamo la pace quando «al posto del “no”, metto un “si”; al posto del rancore, metto il perdono; al posto della morte, metto la vita; al posto dell’io, metto Dio». Numerosi i partecipanti alla veglia, svoltasi in un clima di preghiera intensa, prolungata poi con l’adorazione eucaristica animata dalla comunità carismatica Gesù Ama. L’animazione è stata curata dalle comunità maronita e melchita di Roma, insieme al coro della parrocchia Santi Fabiano e Venanzio e dalla stessa comunità carismatica Gesù Ama. Il vangelo è stato letto in italiano da un diacono italiano e in arabo da un diacono iracheno. Anche il Padre nostro è stato pregato in italiano e in arabo. Erano presenti tra gli altri il cardinale John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, in Nigeria, il vescovo Hilarion Capucci, originario di Aleppo, monsignor Antoine Gebran, cappellano della missione che si occupa dei fedeli maroniti a Roma, l’archimandrita Mtanios Haddad, di rito melchita e rettore della chiesa di Santa Maria in Cosmedin, padre Simeone Catsinas, della Chiesa greco-ortodossa a Roma. Inoltre era presente l’Ambasciatore dell’Iraq presso la Santa Sede, il signor Habbeb Mohammed Hadi Ali Al-Sadr.
© Osservatore Romano - 4 luglio 2014