Il sassolino e la colomba
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- Creato: 09 Aprile 2015
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A colloquio con il cardinale Fernando Filoni di ritorno dalla missione in Iraq
di GIANLUCA BICCINI
«La Chiesa che Francesco vuole è aperta e vicina alla sofferenza. Per questo il Papa è stato molto contento che abbiamo potuto essere presenti tra i rifugiati iracheni durante la settimana santa». Di ritorno dalla missione in Iraq, il cardinale Fernando Filoni è stato ricevuto martedì sera a Santa Marta dal Pontefice, al quale ha riferito le impressioni di quello che considera anzitutto un pellegrinaggio: «Ogni luogo visitato — ha spiegato il prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli in quest’intervista al nostro giornale — è stata una stazione della Via crucis che questa gente vive quotidianamente».
Quali sono state le tappe principali del viaggio?
Ho trascorso la domenica delle Palme ad Amman, in Giordania, dove i rifugiati sono ospitati presso alcune parrocchie; poi mi sono trasferito a Baghdad, in Iraq, dove ho visitato dei centri di raccolta. Ma è stato nel nord, nelle zone del Kurdistan iracheno, che ho trascorso la maggior parte del tempo, celebrando i riti della Pasqua e incontrando le famiglie, non solo cristiane, in fuga dalle violenze del cosiddetto Stato islamico e le autorità religiose e istituzionali che si occupano della loro accoglienza.
Che atteggiamento ha riscontrato da parte dei leader politici?
Anzitutto vorrei ringraziarli per avermi permesso in breve tempo di organizzare e compiere questo pellegrinaggio molto bello. In particolare il presidente del Parlamento iracheno, che ha voluto inviare una lettera al Papa nella quale, oltre a invitarlo a visitare il Paese, ha affermato che i cristiani non devono lasciare l’Iraq, perché sono parte della ricchezza della nazione, e ha assicurato leggi adeguate nel rispetto di tutti. Quindi la presenza dei cristiani è in linea con la visione del futuro assetto che hanno i leader iracheni. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, con cui ho avuto un colloquio di 45 minuti, così come il primo ministro e il presidente del Parlamento, per i quali i cristiani sono cittadini a pieno titolo. Ora si tratta di prendere atto della realtà in cui essi si trovano e, nella prospettiva della liberazione del territorio, di dare loro garanzie per un ritorno nei villaggi attualmente occupati o teatro di scontri. E lo stesso può dirsi a livello più locale, visto che ovunque governatori e sindaci mi hanno manifestato gratitudine per questa visita.
E per quanto riguarda i capi religiosi?
Ho incontrato quasi tutti i vescovi cattolici che vivono nell’area, oltre al nunzio apostolico Giorgio Lingua e al patriarca di Babilonia dei caldei Louis Raphaël Sako. In ogni circostanza mi hanno mostrato l’imp egno profuso nell’accoglienza dalla Chiesa, la quale non fa distinzione di religione o di riti. Al punto che soprattutto nel nord-ovest hanno trovato riparo nelle nostre parrocchie numerose famiglie di yazidi, di shabak e di musulmani sunniti provenienti da Fallujah, Mossul e Ramadi, che non accettano la visione integralista e violenta degli jihadisti.
Cosa può dirci sulla minoranza yazida?
Ho avuto modo di parlare con il loro leader spirituale Baba Sheik e i saggi che lo accompagnavano. Ha ricordato con gioia l’incontro con Papa Francesco e ha espresso gratitudine per il tempo che gli ha dedicato. Ha avvertito in lui un atteggiamento di condivisione per le sofferenze atroci che ha dovuto subire il suo popolo e si è potuto rendere conto che la Chiesa si è fatta portavoce delle sue sofferenze. Ho anche visitato il loro tempio, per una manifestazione di vicinanza non solo formale. La stessa dimostrata anche verso alcune madri con i loro bambini, che sono venute per la prima volta in una chiesa cristiana per trascorrere del tempo insieme. Considero queste esperienze una forma di evangelizzazione indiretta, perché nel dolore e nelle sofferenze comuni Dio ci parla e ci rende fratelli.
In che modo è organizzata l’ospitalità?
I luoghi sono vari: ad Arbil, per esempio, ci sono case prese in affitto attraverso la Caritas e le ong che si accollano i costi per poter ospitare due o tre famiglie in un appartamento; poi ci sono le scuole o altri edifici come il grande mall, che non è stato ultimato, ove hanno trovato riparo numerosi nuclei. I divisori sono costituiti da tende: si creano così spazi dormitorio di 5 o 6 metri quadri, che al mattino, quando vengono tolti i materassi, sono usati per la vita quotidiana. Naturalmente le condizioni sono disagiate: pensiamo alle difficoltà incontrate da anziani, bambini e disabili; per non parlare dei problemi igienico-sanitari. Eppure c’è la volontà politica di aiutarli, come dimostra il fatto che 480 famiglie stanno per essere trasferite in campi attrezzati con container o caravan.
E poi naturalmente ci sono le parrocchie.
Certamente. Da Duhoc ad Arbil, da Suleimanjia ad Alqosh, ovunque le comunità hanno aperto le porte. E ognuna è riuscita secondo le proprie possibilità ad assicurare ospitalità per questa gente. Ad Alqosh, inoltre, il centro storico che era quasi disabitato sta riprendendo vita proprio grazie all’insediamento dei rifugiati nelle antiche abitazioni abbandonate. La Caritas in questo senso sta facendo un lavoro encomiabile ed equanime, al fine di evitare che possano sorgere piccole gelosie.
Come è stata accolta la sua presenza dalla gente comune?
In tutti i villaggi, così come nei campi allestiti nelle città, ho trovato affetto. Le persone hanno molto apprezzato. Nelle case e nelle parrocchie in cui mi sono recato ogni volta mi veniva ripetuto: «La sua presenza è benedizione per noi». E tutti gli incontri si sono conclusi con una preghiera e una benedizione. Parlan- do con loro, li ho esortati a non perdere la speranza, assicurando che noi non li abbiamo mai dimenticati e non li dimentichiamo. Inoltre li ho incoraggiati a guardare avanti.
Ha anche portato segni di solidarietà concreta?
C’è un piccolo proverbio arabo che dice: quando vai a visitare, se non hai altro, nella tua povertà, porta almeno un sassolino. In questa prospettiva abbiamo coinvolto la diocesi del Papa in una esperienza in cui una famiglia di Roma offre un piccolo dono — in questo caso una colomba pasquale, simbolo della pace e del bene, ma anche della condivisione — a una famiglia dell’Iraq. Così ho potuto portare ben seimila di questi dolci, che hanno avuto un grandissimo successo, oltre che somme di denaro messe a disposizione dal Pontefice.
Che prospettive hanno oggi le famiglie irachene?
Tutte aspettano di poter tornare nelle loro case, nei loro villaggi. Non interessa loro se troveranno distruzioni e saccheggi, non le spaventa la ricostruzione. E noi siamo pronti ad aiutarle a ricominciare. Non ho trovato nessuno che abbia manifestato l’intenzione di lasciare l’Iraq, almeno tra gli uomini e le donne con cui ho dialogato nel Kurdistan. Un uomo ad Alqosh mi ha confidato: «Noi siamo grati prima di tutto a Dio che ci ha fatto preservare la fede. E noi vogliamo continuare a vivere nella nostra tradizione e nella nostra cultura. Già questo è un dono immenso, perché altri sono stati obbligati a rinunciare alla loro fede o sono stati colpiti da lutti o violenze».
© Osservatore Romano - 9 aprile 2015
di GIANLUCA BICCINI«La Chiesa che Francesco vuole è aperta e vicina alla sofferenza. Per questo il Papa è stato molto contento che abbiamo potuto essere presenti tra i rifugiati iracheni durante la settimana santa». Di ritorno dalla missione in Iraq, il cardinale Fernando Filoni è stato ricevuto martedì sera a Santa Marta dal Pontefice, al quale ha riferito le impressioni di quello che considera anzitutto un pellegrinaggio: «Ogni luogo visitato — ha spiegato il prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli in quest’intervista al nostro giornale — è stata una stazione della Via crucis che questa gente vive quotidianamente».
Quali sono state le tappe principali del viaggio?
Ho trascorso la domenica delle Palme ad Amman, in Giordania, dove i rifugiati sono ospitati presso alcune parrocchie; poi mi sono trasferito a Baghdad, in Iraq, dove ho visitato dei centri di raccolta. Ma è stato nel nord, nelle zone del Kurdistan iracheno, che ho trascorso la maggior parte del tempo, celebrando i riti della Pasqua e incontrando le famiglie, non solo cristiane, in fuga dalle violenze del cosiddetto Stato islamico e le autorità religiose e istituzionali che si occupano della loro accoglienza.
Che atteggiamento ha riscontrato da parte dei leader politici?
Anzitutto vorrei ringraziarli per avermi permesso in breve tempo di organizzare e compiere questo pellegrinaggio molto bello. In particolare il presidente del Parlamento iracheno, che ha voluto inviare una lettera al Papa nella quale, oltre a invitarlo a visitare il Paese, ha affermato che i cristiani non devono lasciare l’Iraq, perché sono parte della ricchezza della nazione, e ha assicurato leggi adeguate nel rispetto di tutti. Quindi la presenza dei cristiani è in linea con la visione del futuro assetto che hanno i leader iracheni. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il presidente della regione autonoma del Kurdistan iracheno, Massoud Barzani, con cui ho avuto un colloquio di 45 minuti, così come il primo ministro e il presidente del Parlamento, per i quali i cristiani sono cittadini a pieno titolo. Ora si tratta di prendere atto della realtà in cui essi si trovano e, nella prospettiva della liberazione del territorio, di dare loro garanzie per un ritorno nei villaggi attualmente occupati o teatro di scontri. E lo stesso può dirsi a livello più locale, visto che ovunque governatori e sindaci mi hanno manifestato gratitudine per questa visita.
E per quanto riguarda i capi religiosi?
Ho incontrato quasi tutti i vescovi cattolici che vivono nell’area, oltre al nunzio apostolico Giorgio Lingua e al patriarca di Babilonia dei caldei Louis Raphaël Sako. In ogni circostanza mi hanno mostrato l’imp egno profuso nell’accoglienza dalla Chiesa, la quale non fa distinzione di religione o di riti. Al punto che soprattutto nel nord-ovest hanno trovato riparo nelle nostre parrocchie numerose famiglie di yazidi, di shabak e di musulmani sunniti provenienti da Fallujah, Mossul e Ramadi, che non accettano la visione integralista e violenta degli jihadisti.
Cosa può dirci sulla minoranza yazida?
Ho avuto modo di parlare con il loro leader spirituale Baba Sheik e i saggi che lo accompagnavano. Ha ricordato con gioia l’incontro con Papa Francesco e ha espresso gratitudine per il tempo che gli ha dedicato. Ha avvertito in lui un atteggiamento di condivisione per le sofferenze atroci che ha dovuto subire il suo popolo e si è potuto rendere conto che la Chiesa si è fatta portavoce delle sue sofferenze. Ho anche visitato il loro tempio, per una manifestazione di vicinanza non solo formale. La stessa dimostrata anche verso alcune madri con i loro bambini, che sono venute per la prima volta in una chiesa cristiana per trascorrere del tempo insieme. Considero queste esperienze una forma di evangelizzazione indiretta, perché nel dolore e nelle sofferenze comuni Dio ci parla e ci rende fratelli.
In che modo è organizzata l’ospitalità?
I luoghi sono vari: ad Arbil, per esempio, ci sono case prese in affitto attraverso la Caritas e le ong che si accollano i costi per poter ospitare due o tre famiglie in un appartamento; poi ci sono le scuole o altri edifici come il grande mall, che non è stato ultimato, ove hanno trovato riparo numerosi nuclei. I divisori sono costituiti da tende: si creano così spazi dormitorio di 5 o 6 metri quadri, che al mattino, quando vengono tolti i materassi, sono usati per la vita quotidiana. Naturalmente le condizioni sono disagiate: pensiamo alle difficoltà incontrate da anziani, bambini e disabili; per non parlare dei problemi igienico-sanitari. Eppure c’è la volontà politica di aiutarli, come dimostra il fatto che 480 famiglie stanno per essere trasferite in campi attrezzati con container o caravan.
E poi naturalmente ci sono le parrocchie.
Certamente. Da Duhoc ad Arbil, da Suleimanjia ad Alqosh, ovunque le comunità hanno aperto le porte. E ognuna è riuscita secondo le proprie possibilità ad assicurare ospitalità per questa gente. Ad Alqosh, inoltre, il centro storico che era quasi disabitato sta riprendendo vita proprio grazie all’insediamento dei rifugiati nelle antiche abitazioni abbandonate. La Caritas in questo senso sta facendo un lavoro encomiabile ed equanime, al fine di evitare che possano sorgere piccole gelosie.
Come è stata accolta la sua presenza dalla gente comune?
In tutti i villaggi, così come nei campi allestiti nelle città, ho trovato affetto. Le persone hanno molto apprezzato. Nelle case e nelle parrocchie in cui mi sono recato ogni volta mi veniva ripetuto: «La sua presenza è benedizione per noi». E tutti gli incontri si sono conclusi con una preghiera e una benedizione. Parlan- do con loro, li ho esortati a non perdere la speranza, assicurando che noi non li abbiamo mai dimenticati e non li dimentichiamo. Inoltre li ho incoraggiati a guardare avanti.
Ha anche portato segni di solidarietà concreta?
C’è un piccolo proverbio arabo che dice: quando vai a visitare, se non hai altro, nella tua povertà, porta almeno un sassolino. In questa prospettiva abbiamo coinvolto la diocesi del Papa in una esperienza in cui una famiglia di Roma offre un piccolo dono — in questo caso una colomba pasquale, simbolo della pace e del bene, ma anche della condivisione — a una famiglia dell’Iraq. Così ho potuto portare ben seimila di questi dolci, che hanno avuto un grandissimo successo, oltre che somme di denaro messe a disposizione dal Pontefice.
Che prospettive hanno oggi le famiglie irachene?
Tutte aspettano di poter tornare nelle loro case, nei loro villaggi. Non interessa loro se troveranno distruzioni e saccheggi, non le spaventa la ricostruzione. E noi siamo pronti ad aiutarle a ricominciare. Non ho trovato nessuno che abbia manifestato l’intenzione di lasciare l’Iraq, almeno tra gli uomini e le donne con cui ho dialogato nel Kurdistan. Un uomo ad Alqosh mi ha confidato: «Noi siamo grati prima di tutto a Dio che ci ha fatto preservare la fede. E noi vogliamo continuare a vivere nella nostra tradizione e nella nostra cultura. Già questo è un dono immenso, perché altri sono stati obbligati a rinunciare alla loro fede o sono stati colpiti da lutti o violenze».
© Osservatore Romano - 9 aprile 2015