Bussare alle porte chiuse

Cardinale Leonardo SandriBussare continuamente, con la voce della preghiera, come l’amico importuno della parabola evangelica, perché «si aprano le porte e le frontiere chiuse», e non si debba più assistere, «nell’Europa culla della civiltà occidentale, ai tristi e gravi episodi di questi giorni, che vedono coinvolti, tra gli altri, molti figli e figlie dell’Etiopia, dell’Eritrea e della Siria». È, al tempo stesso, un invito e una supplica, quello rivolto dal cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, durante la messa nella chiesa di Santo Stefano degli Abissini martedì mattina, 16 giugno, in apertura dell’ottantottesima sessione plenaria della Riunione delle Opere di Aiuto per le Chiese Orientali (Roaco), in corso in Vaticano fino a mercoledì 17.
Il porporato ha anche portato idealmente all’altare, insieme alle offerte, le intenzioni e le preghiere per la pace e per la giustizia in tutto il Medio oriente, e particolarmente in Siria, Iraq e Terra santa, senza dimenticare le ferite e le prove che sta attraversando l’Ucraina. «Siamo raccolti intorno all’altare del Signore — ha detto all’inizio dell’omelia — in questo antico e bel tempio», che insieme al Pontificio collegio etiopico «attesta la secolare tradizione di accoglienza della Chiesa di Roma verso i pellegrini che giungevano dopo lunghi viaggi sulle tombe degli apostoli, provenendo da continenti e Paesi più disparati». Per questo, ha aggiunto, il cammino della storia «diventa cifra che interpreta ciascuno di noi qui presenti e insieme l’umanità intera». Il cardinale ha poi sottolineato come anche quest’anno i membri della Roaco si ritrovino «guidati dalle parole e dalle indicazioni del Santo Padre Francesco» per mettersi «in ascolto e a servizio dei pastori e fedeli delle Chiese orientali cattoliche, essi che sono spesso i martiri del nostro tempo». Sono martiri, cioè testimoni, perché «costanti nel professare la fede sperando contro ogni speranza, e non di rado dando prova di fedeltà eroica fino a sostenere la violenza, il rapimento e l’effusione del sangue». Rivolgendosi poi ai presenti, il porporato ha invitato «a riscoprire e ad annunciare la bellezza» della diakonia, «di questo servizio della carità, della possibilità cioè di offrire il proprio contributo personale, professionale e materiale all’edificazione della Chiesa». Un impegno significativo, perché quando «ci troviamo a sostenere la crescita di un nuovo tempio, di una scuola o di un ambulatorio, quando rendiamo possibili interventi pastorali», lo facciamo in quanto «affascinati dalla bellezza di essere comunità dei salvati, senza confini, senza barriere, senza distinzioni». Le Chiese orientali cattoliche «che il concilio definisce “testimoni viventi delle origini apostoliche”— ha aggiunto — sono parimenti chiamate a una sempre nuova conversione, per rimanere fedeli all’immagine della Chiesa madre di Gerusalemme». Al centro dei lavori della prima giornata della sessione plenaria, la situazione in Siria, Iraq e nel Medio oriente. I lavori sono stati introdotti dalla prolusione del cardinale Sandri, il quale ha ricordato che il dicastero ha continuato a offrire, «nell’ambito delle proprie competenze, il proprio supporto» alle comunità. A questo proposito, è stato apprezzato «il sussidio destinato alle eparchie e ai sacerdoti come incoraggiamento e per sovvenire ad alcune necessità». Soffermandosi in particolare sulla situazione dell’Iraq, il cardinale ha sottolineato come sia nota «la grande attenzione del Santo Padre, che volle mandare un suo inviato speciale nella persona del cardinale Filoni, lo scorso agosto, oltre agli appelli ricorrenti sul dramma». Il porporato ha ricordato come si siano moltiplicate «visite di solidarietà e consolazione» anche da parte di rappresentanti di vari episcopati, oltre a numerose altre iniziative di solidarietà e sensibilizzazione. «Tutti — ha detto — seguiamo ogni giorno l’evolversi della situazione, sia sul fronte della lotta contro il Daesh, sia per il dilagare di altri atti di terrorismo». Nel richiamare la sua visita dello scorso maggio, il cardinale ha evidenziato come fosse palpabile la tensione tra le componenti sciite e sunnite della società, anche per l’arrivo massiccio di sfollati sunniti dalla zona di Anbar, con le città di Tikrit e Ramadi, teatri degli scontri più duri. Quanto allo studio della situazione della Chiesa in Etiopia, a cui saranno dedicati i lavori di mercoledì, il porporato ha fatto notare come «l’unica tradizione alessandrinogheez sarà rappresentata dai due capi delle Chiese sui iuris che attualmente la compongono»: quella di Etiopia, rappresentata dal cardinale Berhaneyesus Souraphiel, arcivescovo di Addis Abeba, e quella di Eritrea, elevata a metropolia da Papa Francesco nel gennaio scorso. «Sappiamo che le sfide pastorali e sociali nei due Paesi sono diverse e molteplici» ha aggiunto, rimarcando l’importanza del «rapporto tra la custodia dell’antichissima tradizione e la necessità della tensione evangelizzatrice», insieme all’imp egno a «offrire speranza soprattutto alle giovani generazioni, per arginare il fenomeno migratorio, che spesso conduce a condizioni di semischiavitù lungo il viaggio e al pericolo della morte in mare».

© Osservatore Romano - 17 giugno 2015