Piccoli segni di speranza
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- Creato: 28 Luglio 2015
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Da Acs viveri a tredicimila famiglieBAGHDAD, 27. «Il supporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre ha avuto un grande impatto sulla vita della nostra comunità. Dal profondo del cuore vi ringraziamo per essere vicini alle nostre famiglie in un momento tanto drammatico»: l’a rc i v e - scovo di Erbil dei Caldei, Bashar Matti Warda, sottolinea con queste parole l’invio dei pacchi-viveri donati dalla fondazione di diritto pontificio a tredicimila famiglie cristiane rifugiate nel Kurdistan iracheno, per un totale di 690.000 euro. Dall’inizio dell’avanzata dell’Is, nel giugno 2014, Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs) — si legge in un comunicato — ha sostenuto i cristiani iracheni con oltre 7.300.000 euro.
Nella sola arcidiocesi caldea di Erbil, dove hanno trovato rifugio i cristiani fuggiti da Mosul e dalla piana di Ninive, la fondazione ha contribuito a oltre il 60 per cento degli aiuti ricevuti a livello internazionale. I doni sono stati distribuiti da gruppi di volontari di età compresa fra i 15 e i 18 anni. Ognuna delle famiglie ha avuto di che vivere per almeno un mese grazie a riso, zucchero, olio, fagioli, carne, formaggio e acqua. Aiuto alla Chiesa che Soffre continuerà a raccogliere fondi per garantire il costante invio di viveri nei prossimi mesi. Nel Kurdistan iracheno i cristiani si preparano intanto al primo notte fra il 6 e il 7 agosto 2014, più di centoventimila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa dell’avanzata del cosiddetto Stato islamico. Dopo i primi mesi trascorsi nelle tende, nelle chiese o in palazzi abbandonati, grazie al contributo di Acs le famiglie cristiane hanno trovato alloggio in case in affitto o nelle strutture prefabbricate fornite dalla fondazione. Fra non molto, nelle otto scuole donate per garantire un futuro ai piccoli rifugiati, inizierà l’anno scolastico. Piccoli segni di speranza — è scritto nella nota — che aiutano i cristiani a sopportare l’incertezza e le difficoltà quotidiane, come le alte temperature estive e la mancanza di elettricità anche per quattordici ore al giorno. La Chiesa continua a rappresentare l’unico punto di riferimento per le migliaia di famiglie di rifugiati, «assieme — ricorda monsignor Warda — alla vicinanza e alle preghiere dei cristiani di tutto il mondo». È un vero e proprio dramma nel dramma quello dei rifugiati cristiani che da un anno vivono nei campi di accoglienza. Tuttavia ci sono segnali di un futuro che possa essere migliore. «Ogni messa — spiega il vescovo ausiliare di Baghdad dei Caldei, Basel Yaldo — ha proprio la pace in Iraq come intenzione speciale». E negli ultimi giorni 182 ragazzi e ragazze hanno ricevuto la prima comunione: «Anche questo è un piccolo segno di speranza e la testimonianza di una comunità viva. I bambini hanno la pace come unico sogno, è questo che ci chiedono».
© Osservatore Romano - 27-28 luglio 2015