Se le campane non suonano più
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- Creato: 11 Dicembre 2015
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di GIOVANNI ZAVATTAAlla Chiesa di Grecia mancano duemilatrecento preti, ovvero il 22 per cento del numero totale dei membri del clero. Sono ottomiladuecento ma ne servirebbero diecimilacinquecento per coprire tutte le parrocchie esistenti nel Paese e assistere i suoi otto milioni di fedeli. «Parlons d’orthodoxie » (blog collettivo e piattaforma libera di discussione della Chiesa ortodossa russa in Francia) e «Ortodossiatorino. net» (sito della parrocchia torinese del patriarcato di Mosca), citando varie fonti, lanciano l’allarme su una situazione aggravatasi negli ultimi tempi a causa della crisi economica. Ma forse — si osserva — non è sbagliato sospettare anche una certa influenza della secolarizzazione dei costumi, che ha portato tanti greci da una visione fondata sui valori religiosi a una più edonistica basata sulle sicurezze materiali.
La Chiesa ortodossa greca, autocefala, conta ottantuno diocesi, una trentina delle quali, situate nel nord del Paese e nelle isole maggiori, chiamate «Nuove Terre», sono nominalmente sotto la giurisdizione del patriarcato di Costantinopoli ma di fatto controllate dal sinodo della Chiesa di Grecia. Le diocesi di Creta e del Dodecaneso, così come i monasteri del Monte Athos, sono invece sotto la giurisdizione diretta di Costantinop oli. Va sottolineato che la Chiesa ortodossa greca non è separata dallo Stato, il quale, dal 1949, ha in carico il sostentamento materiale del clero. Quest’ultimo, i docenti nei seminari e gli insegnanti di catechismo nella scuola secondaria (la religione è materia obbligatoria nei programmi) sono a tutti gli effetti dei funzionari pubblici (i salari mensili vanno più o meno dagli 800 euro di un parroco ai 1500 di un metropolita). La politica dei tagli ai bilanci statali imposta dalla crisi finanziaria ha diminuito i fondi a disposizione della Chiesa, con inevitabili ripercussioni sulle opere caritative e assistenziali, considerando inoltre che il clero paga ormai le stesse imposte spettanti ai cittadini comuni. Non solo, avendo lo Stato competenza sul numero delle nuove ordinazioni sacerdotali, anch’esse sono state drasticamente ridotte, mettendo in difficoltà centinaia di parrocchie, trovatesi senza più pastori. Secondo la legislazione corrente, infatti, un nuovo dipendente pubblico (compresi i membri del clero) può essere accettato per un impiego solo dopo il pensionamento di dieci suoi colleghi. In precedenza la proporzione era di uno a sette. Sono soprattutto i piccoli insediamenti a risentire della carenza di cura pastorale. Per la maggior parte sono situati a grandi distanze da località abitate, oppure sono inaccessibili a causa dell’insufficienza dei trasporti. Allo stesso tempo, una piccola comunità media, in genere, non è in grado di mantenere un prete con mezzi propri. Quest’anno il ministero dell’Istruzione, della Ricerca e degli Affari religiosi ha previsto, in merito agli effettivi del clero delle parrocchie ortodosse, centosettantotto posti permanenti, dieci dei quali a Creta e otto in altrettante grandi città del Dodecaneso. Ma, durante l’ultimo colloquio con il primo ministro Alexis Tsipras, l’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, Hieronymos II, primate della Chiesa di Grecia, ha sottolineato la necessità di aumentare il numero di posti per il clero. Il sinodo dei vescovi ha recentemente lanciato l’allarme: nei prossimi cinque- dieci anni la situazione non potrà che aggravarsi in conseguenza, anche, dell’innalzamento dell’età media dei preti. Il metropolita di Monemvassia e Sparta, Eustathios, membro del Comitato per il dialogo fra la Chiesa e lo Stato, ha espresso dubbi sulla possibilità di risolvere presto la questione. Anche se il sinodo greco ottenesse dallo Stato il doppio degli impiegati attuali, la situazione resterebbe difficile. «In ogni diocesi — afferma — mancano almeno venti sacerdoti, nella nostra metropolia addirittura settanta. Negli ultimi quindici anni, da centoventi preti siamo passati ad averne venti o trenta, che saranno costretti a servire ciascuno quattro o cinque parrocchie, distanti molti chilometri». Nelle diocesi si provano dei rimedi. Uno dei più frequenti è quello di trattenere i sacerdoti più anziani, nonostante siano giunti alle soglie della pensione. In alcuni casi poi, soprattutto nelle grandi città, è stato introdotto uno speciale statuto per preti non retribuiti, i quali tuttavia, non essendo funzionari dello Stato, non hanno formalmente il diritto di firmare alcun documento ecclesiale ufficiale. Altre diocesi hanno rinunciato alla dotazione pubblica destinata a una parte del loro clero, contando, per prendersene cura, sulla generosità dei parrocchiani. Il metropolita di Edessa e Pella, Joel, per esempio, ha proposto di creare dei fondi diocesani costituiti da trattenute mensili sui salari dei preti, ma è servito a poco. Sta di fatto che in alcune chiese alla domenica non è celebrata la divina liturgia. E gli abitanti dei piccoli villaggi, abbandonati dai funzionari, dai docenti, dai servizi statali, una volta privati anche dei sacerdoti — commentano i siti di informazione ortodossa — non avranno alcuna protezione, alcun sostegno. Amara la riflessione del metropolita di Gortys e Megalopolis, Jeremias: «Nella mia diocesi, su centocinquanta chiese, cinquanta non hanno nemmeno un sacerdote. Le campane non suonano più. E alcuni fedeli temono addirittura di perdere la loro identità nazionale».
© Osservatore Romano - 12 dicembre 2015