Soli ma insieme
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- Creato: 22 Febbraio 2016
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di ADALBERTO MAINARDI La vocazione del monachesimo all’unificazione della persona — sul piano umano, affettivo, psicologico, spirituale — è anche una vocazione all’unità; la solitudine è uno strumento per vivere l’intimità con Dio e aprirsi alla comunione con tutto e con tutti. Il “dialogo dell’a m o re ” tra la Chiesa di Roma e le Chiese ortodosse, dopo il concilio Vaticano II, ha potuto trovare nel monachesimo, quando non si arrocca nell’intransigente difesa dell’identità confessionale, un’inesauribile risorsa di comunione nella preghiera, nella ricerca di Dio, nella vita comune tra fratelli. In Italia, la crescente immigrazione di cristiani ortodossi dall’Europa orientale e di cristiani copti dall’Egitto, accanto alla storica presenza delle comunità greche, ha favorito negli ultimi decenni la nascita di piccole esperienze monastiche nella diaspora, che in qualche caso si propongono di riallacciare la tradizione del monachesimo bizantino nell’Italia meridionale. Il fenomeno ha rilevanza non solo all’interno dei confini confessionali, ma anche per il possibile irradiamento spirituale tra le Chiese in dialogo. La Regola di san Benedetto rimanda espressamente il suo lettore ai «santi padri», in cui non è difficile scorgere gli iniziatori del movimento monastico in Oriente e nel deserto egiziano.
Fino a Benedetto, il monachesimo occidentale era poco più che un riflesso di quello orientale, che rimaneva il modello e l’ideale. La nozione stessa di regola monastica, specie in Occidente, solo verso la fine del primo millennio assume il significato prevalente di «insieme di norme» che definiscono la «vita monastica». All’epoca di Benedetto, la «regola di vita» per il monaco era il Vangelo, accanto al quale stavano le parole e i consigli degli anziani, le testimonianze dei santi e dei martiri, autentiche sequentiae sancti Evangelii, parole del Vangelo realizzate nella vita. I testi normativi monastici non pretendevano di sostituirsi alla vita vissuta, alla trasmissione dell’insegnamento spirituale da maestro a discepolo, che manteneva il primato. Gregorio Magno cercò di diffondere la regola di Benedetto anche tra i monasteri greci della Sicilia e della Calabria, senza risultati duraturi. Ma i suoi Dialoghi, che narrano la vita del santo, tradotti in greco conobbero un’immensa fortuna in ambiente monastico, fino ai nostri giorni: nel refettorio del monastero athonita di Simonos Petra è raffigurato anche san Benedetto, con il rotolo della regola in mano. Il monachesimo latino avrebbe messo l’accento soprattutto sulla dimensione comunitaria, “cenobitica” del monachesimo; ma anche qui, non è un’invenzione latina (il latino coenobium è un prestito dal greco koinòvion, «vita comune»), ma un’intuizione già sviluppata dal monachesimo pacomiano in Egitto. Le due dimensioni, comunitaria e anacoretica, del monachesimo restano in tensione. Anche se per l’Oriente realizzazione perfetta dell’ideale monastico è il solitario, altre soluzioni, accanto all’e re m i t i - smo puro, si affacceranno nel corso dei secoli, come il modello della «laura» palestinese, dove gli anacoreti vivono con una certa autonomia in celle sparse in uno stesso territorio, ma convergono per la sinassi eucaristica nella chiesa centrale. In epoca medio-bizantina prevale quella che è stata definita «sintesi microasiatica» (R. Morris), dove il “c e n t ro ” è rappresentato da un vero e proprio cenobio in cui vivono la maggior parte dei monaci, mentre nelle vicinanze, con la benedizione dell’igumeno e dopo un lungo tempo di vita comune, vivono in stretta anacoresi i “kellioti”. È questo il modello cui s’i s p i re - rà sant’Atanasio dell’Athos nella fondazione di Lavra (962-963), che segna l’inizio della fioritura monastica sulla Santa Montagna. E proprio all’Athos, dal X fino alla metà del XIII secolo (ben oltre le scomuniche del 1054), è attestata la presenza di un monastero di amalfitani, che «conducevano una vita esemplare organizzata secondo la regola e le disposizioni di san Benedetto » (Vita di Giovanni e Eutimio di Iviron, 27). Sono forse gli stessi che tradussero in greco i passi della regola benedettina (sulla funzione del portinaio, l’accoglienza dei monaci stranieri, la frequente lettura della regola ai candidati alla vita monastica) che figurano nella Hypotýposis della Grande Lavra atanasiana. I legami tra monachesimo italico (latino e greco) e orientale, per tutto il primo millennio, restano vivi e intensi. Ogni volta che in Occidente sorge un movimento di rinnovamento e rinascita della vita monastica, è all’Oriente che si rivolge, alla tradizione del monachesimo ortodosso. Nel XX secolo quest’ultimo vive un tempo di prova dolorosa, insieme con la maggior parte delle Chiese ortodosse e orientali: le persecuzioni cruente in Russia, il genocidio armeno, le guerre balcaniche, l’esilio della popolazione greca dall’Asia minore, i regimi comunisti in Europa orientale. La diaspora ortodossa in Europa occidentale e in America, intanto, sviluppa un’importantissima tradizione teologica, che rappresenta una potente attrazione verso l’orto dossia. Dagli anni Settanta, dopo un lungo periodo di declino, il monachesimo athonita conosce una sorprendente rifioritura: nello spazio ex-sovietico, il monachesimo riprende vita con un’eccezionale crescita del numero di monasteri, che avviene in modi diversi anche in Romania, Serbia, Bulgaria. I monasteri sono un punto di riferimento per i fedeli: i monaci inviati nella diaspora svolgono un compito di assistenza spirituale alle comunità ortodosse di nuova immigrazione. Le comunità monastiche ortodosse in Italia sono poche e poco numerose. In alcuni casi, i nuovi romitaggi rappresentano l’appro do di personali cammini di conversione all’ortodossia. Tra essi, il monastero femminile della Trasfigurazione del Signore e di Santa Barbara, a Montaner di Sarmede (Treviso), dove dal 2000 vive un piccolo gruppo di monache guidate dall’igumena madre Sebastiana, rappresenta un felice esempio di accoglienza e interazione con la realtà civile ed ecclesiale circostante. L’archimandrita Atenagora Fasiolo segue l’aspetto ecclesiastico della comunità e celebra le funzioni liturgiche. Un altro monastero femminile della stessa giurisdizione, quello dei Santi Elia il Nuovo e Filareto l’Ortolano, a Seminara (Reggio Calabria), è attivo dal 2005, sotto la guida dell’igumena madre Stefania. Il katholikon (cioè la chiesa principale) è stato costruito in stile aghiorita con il contributo della Regione Calabria. Presso il monastero è attivo un Centro accoglienza migranti, curato dalle stesse monache. A Revello, in provincia di Cuneo, esiste dal 1992 il monastero maschile di San Basilio Magno, retto dall’archimandrita Gabriele. Nel 1994 padre Kosmas Aghiorita, monaco di Lavra, con l’aiuto finanziario delle amministrazioni locali, iniziò il restauro dell’antico monastero bizantino di San Giovanni Theristis, nel comune di Bivongi (Reggio Calabria), per ricominciarvi la vita monastica con alcuni athoniti. Sollevato dall’incarico nel 2005 dai superiori, con una decisione che fece scalpore sulla stampa locale, padre Kosmas si ritirò sulla Santa Montagna, dove morì nel 2010. Dal 2008 il Comune ha affidato (per novantanove anni) l’edificio del monastero a monaci della Chiesa ortodossa romena. Al patriarcato di Mosca appartiene il monastero di San Mamante (Pistoia), fondato nel 2009 grazie alla donazione di un privato. L’antico rito della Chiesa copta ortodossa da vent’anni si celebra anche a Lacchiarella, presso Milano, nel monastero dedicato a Papa Anba Shenouda III, che ne aveva acquistato la proprietà nel 1989. Ricostruito nel 1996 dal vescovo Anba Kirolos, ospita ora nove monaci, che vivono in comunità e si prendono cura della numerosa comunità copta in Lombardia. Alla domanda: «Che cos’è proprio del cristiano?», Basilio rispondeva: «Amarsi gli uni gli altri, come Cristo ci ha amati» (Regole morali , 80, 22). Quando parla del monaco, Basilio parla del cristiano; e quando traccia la vita cristiana radicale, definisce il monachesimo. Una vita fatta di solitudine, preghiera e lode a Dio, ma anche di lavoro e servizio agli stranieri, di relazioni fraterne e contatti ecumenici.
© Osservatore Romano - 22-23 febbraio 2016