Un monastero in mezzo all’islam - Mar Musa - by Gianni Valente (30giorni - n.4 - 2007)

Il padre gesuita Paolo Dall Oglio celebrazione liturgica a Mar Musa(nota : Padre Paolo Dall'Oglio è stato rapito qui nel luglio 2013, ad oggi, sulla sua sorte non si hanno notizie certe)

Reportage. Ora et labora dove Dio si dice Allah  -   

Storia di un gesuita romano e di un monastero in rovina che rifiorisce in terra araba. Diventando il crocevia di incontri amichevoli tra cristiani e musulmani. Con uno sguardo realistico e libero anche davanti alle lotte di potere mondano che agitano il Medio Oriente.
Il sentiero a lastroni rosa che si inerpica su per la gola rocciosa assomiglia alla cicatrice di un’immensa ferita. Una specie di esile sutura rimarginatasi zigzagando per dribblare strapiombi e infidi ghiaioni nel corpo aspro di una delle montagne del Jabal al-Qalamoun, tra Damasco e Aleppo. Lì sotto, il deserto da dove sale il vento tiepido di primavera si distende verso l’Iraq impazzito di bombe e terrore. Lassù in alto, invece, la luce radente della sera rende ancor più inarrivabile lo skyline scabroso del monastero di Mar Musa al-Habashi, San Mosè l’Abissino. I bastioni millenari affacciati sul dirupo, lì dove già una vecchia torre romana vegliava a sentinella dell’ostile limes persiano, ancora oggi danno l’impressione della cittadella inaccessibile ai briganti, della fortezza issata sul baratro da chi voleva vivere al riparo dalle tempeste della storia. Ma basta camminare in salita una mezz’ora, arrivare in cima, per accorgersi che si tratta di tutt’altro. La porta del monastero è ancora bassa, così che per entrare bisogna piegarsi, ma almeno adesso è sempre aperta.
Qui, proprio ai tempi di Muhammad, era arrivato Mosè l’Abissino, figlio del re d’Etiopia, in fuga dal suo destino dinastico per il desiderio di farsi monaco. Aveva preso dimora in una delle grotte che punteggiano la montagna, per rendere grazie a Dio con una vita di preghiera. Poi, mentre tutt’intorno si distendevano i secoli della civilizzazione islamica, sulla montagna di Mar Musa la vita cristiana aveva continuato a fiorire in un monastero di rito siriaco, incastonato in un alveare di caverne abitate dai monaci come celle di una laura cenobitica. Il declino era cominciato solo nel XVIII secolo. L’ultimo monaco era già partito nel 1830 quando il monastero diviene proprietà della Chiesa siro-cattolica. Da allora tutto sembrava destinato al disastro. Il vento e la neve, i vandali e la pioggia stavano sbriciolando la rocca monastica portando a valle frammenti di affreschi millenari e di fonti battesimali insieme ai detriti delle dolomie. Ogni anno, il 27 agosto, vigilia della festa di San Mosè l’etiope, solo i cristiani della vicina Nabek si ricordavano di salire alla cittadella in rovina, a ripetere preghiere di nostalgia tra i resti desolati del monastero. Fino a quando da quelle parti passò Paolo Dall’Oglio, gesuita romano, figlio scavezzacollo di sant’Ignazio. E anche, almeno un po’, di san Francesco.

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