«Ci siamo radunati nella basilica di Sant’Agnese fuori le Mura a via Nomentana – racconta don Massimiliano, uno degli organizzatori -, che ricorda il sacrificio di una martire di milleottocento anni fa, quando essere cristiani poteva costare la vita anche a Roma. Lì è stata proclamata la Parola e don Maurizio Modugno, parroco di San Valentino al Villaggio Olimpico, ci ha raccontato di avere avuto un nonno iracheno. Funzionario di ambasciata a Beirut, aiutò i profughi americani che fuggivano dalla Turchia all’inizio del Novecento, e per questo rischiò anche lui la condanna a morte».
Dalla basilica di Sant’Agnese si è sviluppata una processione di oltre ottanta persone, che ha percorso via Nomentana: anziani, adulti, bambini del catechismo. Recitando il Rosario a gruppetti. «Il corteo – riferisce ancora don Massimiliano – si è fermato in uno slargo a via Chisimaio, in ricordo di quella Chisimaio, in Somlia, dove è vissuto un altro martire dei nostri tempi, sconosciuto come monsignor Rahho. Il suo nome è Pietro Turati, classe 1919, frate dal 1940, con un grande desiderio di andare in missione». Un sogno coronato nel 1948, quando ottiene di essere inviato a Mogadiscio. Comincia così a lavorare per i poveri, in varie città, fin quando scoppia la guerra civile, nel 1991, e tutti i religiosi abbandonano il territorio somalo, non più sicuro per nessuno. «Tutti, ma lui no, e infatti verrà ucciso da ignoti, dopo una vita spesa per il prossimo. Chi, nella sua Italia, si ricorda di lui e del suo sacrificio?». In quello slargo ventoso, prosegue il racconto del sacerdote, «ci viene detto, a commento della lettera di Pietro, che al martirio siamo chiamati tutti: al martirio quotidiano. Alla pazienza, che nel testo greco è chiamata “upomene”, cioè capacità di restar sotto, sotto botta, sotto pressione, nel matrimonio, coi figli, al lavoro, nel traffico: di accettarlo per amore».
La tappa successiva di questo singolare pellegrinaggio della memoria è Santa Maria Goretti, al quartiere africano, dove negli anni Settanta è vissuto il vescovo Rahho da giovane studente. «Lì abbiamo pregato con i vespri dell’ufficio dei martiri, officiati dal parroco don Santiago, e abbiamo proiettato un power point che raccontava di lui, di Ragheed Ganni, di una minoranza cristiana oppressa e terrorizzata. Lorenzo Rengo, catechista parrocchiale, ci ha raccontato di un monsignor Rahho giovane sacerdote, all’inizio un po’ impacciato con l’italiano ma sempre simpatico e disponibile. Era un futuro martire – conclude don Massimiliano -, ma loro non lo sapevano».
24 ottobre 2018 © https://www.romasette.it/sui-passi-del-vescovo-martire-rahoo/
