Lettera del segretario del sinodo dei vescovi della Chiesa ortodossa russa fuori dalla Russia
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- Creato: 28 Gennaio 2014
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NEW YORK, 27. L’ortodossia in America non è preparata per la riorganizzazione delle sue diocesi e, anche se va condiviso l’obiettivo di tendere verso un migliore ordine canonico all’interno dei ministeri in queste terre, «non possiamo accettare che la comunità ortodossa in Nord e Centro America richieda o sia sotto mandato canonico di ristrutturare la propria organizzazione in modo tale da recidere i legami attivi con le sue varie Chiese madri». Ciò sarebbe «una questione di grave pericolo spirituale per le anime di tutto il nostro gregge in queste terre, che sia etnicamente di retaggio russo oppure no, perché noi consideriamo che questi legami abbiano un valore essenziale per fornire un sicuro fondamento spirituale per la vita di tutti gli ortodossi in America del Nord». È negativa la risposta della Chiesa ortodossa russa fuori dalla Russia (Rocor) alla proposta di ristrutturazione canonica negli Stati Uniti presentata all’Assemblea dei vescovi ortodossi canonici in Nord e Centro America dal relativo Comitato per la pianificazione territoriale. In una lettera indirizzata all’arcivescovo Demetrios, presidente dell’Assemblea, il segretario del sinodo dei vescovi della Rocor, Kyrill, arcivescovo di San Francisco e America Occidentale, sottolinea che la Chiesa russa all’estero è sotto l’autorità canonica della sua «cara e grande Madre», la Chiesa ortodossa russa, ed è obbligata a servire il proprio gregge devoto, che desidera rimanere nel suo seno. Nella lettera — della quale il sito on line della parrocchia ortodossa di San Massimo a Torino (patriarcato di Mosca) ha pubblicato una traduzione in italiano — Kyrill spiega fra l’altro che «il mezzo di forgiare un’unità più forte tra le Chiese ortodosse del Nord e Centro America» non è «il collasso delle identità e delle strutture delle nove giurisdizioni attualmente rappresentate in questo territorio» ma «un aumento del legame di amore reciproco che ci permette di vivere insieme nella nostra diversità, e tuttavia nell’unità più perfetta dello Spirito». La Rocor, in estrema sintesi, respinge l’idea di separare le strutture ecclesiastiche delle differenti giurisdizioni dalle Chiese madri, con l’obiettivo di assicurare loro unità e canonicità. Pieno l’accordo con il vescovo Daniil, della diocesi bulgara negli Stati Uniti e in Canada, sui paradigmi esistenti all’interno dei sacri canoni «per i mezzi accettabili di organizzare l’unità della Chiesa in una regione che per vari motivi non può seguire il paradigma altrimenti standard di una struttura puramente locale». Essi includono, per esempio, il trentanovesimo canone del sesto concilio ecumenico (che ha consentito una provincia ecclesiastica indipendente della Chiesa di Cipro entro il territorio di un’altra Chiesa locale) o il secondo canone del secondo concilio ecumenico (possibilità di inviare vescovi da eparchie stabilite per prendersi cura dei fedeli in territori dove non c’è una Chiesa ortodossa locale stabilita), così come alcune pratiche esistenti all’interno delle Chiese locali (fondazione di monasteri e comunità stavropigiali), tutti «mezzi accettabili» che «si addicono alle esigenze pastorali di una regione». Più esplicitamente, «non possiamo ritenere e non riteniamo che questi contesti del passato siano “non canonici”, e nemmeno consideriamo che l’attuale situazione di molteplici Chiese sorelle che si occupano delle diverse esigenze del gregge nella situazione culturale unica del Nord America sia, di per sé, una violazione dell’ordine canonico». Del vescovo Daniil, soprattutto, viene condivisa tale dichiarazione, riportata alla fine della lettera del segretario del sinodo: «Siamo fermamente convinti che un piano, che è interamente nello spirito dell’ecclesiologia ortodossa, della tradizione canonica e della prassi della Chiesa ortodossa, e che conserva i diritti delle Chiese sorelle di amministrare il proprio gregge nella diaspora, è fattibile e applicabile, e questa in effetti è la nostra comprensione della decisione delle Chiese sorelle della quarta Conferenza pre-conciliare panortodossa a Chambésy». La Chiesa ortodossa russa fuori dalla Russia parla della necessità di adoperarsi per una maggiore collaborazione fra tutti gli ordinamenti, riconoscendo che esistono situazioni di anomalia canonica da correggere: si citano, al riguardo, le pratiche divergenti sulla conduzione dei matrimoni interreligiosi, le procedure di accoglienza nella Chiesa, approcci diversi al digiuno, questioni concernenti la confessione e la preparazione alla santa comunione, l’escardinazione e la ricezione del clero. «Qui vi è la necessità di maggiore cooperazione e dialogo fra tutti i gerarchi del Nord America, in umile obbedienza alla tradizione della Chiesa, in modo che i fedeli giungano facilmente a vedere quell’unità più vera, che esiste nella diversità, e che supera le carenze attraverso l’obbedienza e l’amore».
© Osservatore Romano - 27-28 gennaio 2014