Dal patriarca Twal l’invito a riscoprire la ricchezza della diversità

terrasanta-2GERUSALEMME , 17. La presenza dei migranti è una ricchezza per la Chiesa locale. È quanto ha sottolineato il patriarca di Gerusalemme dei Latini, Fouad Twal, che nei giorni scorsi si è recato in visita pastorale presso la comunità cristiana di Jaffa, a pochi chilometri a sud di Tel Aviv. Una visita che — secondo quanto riferisce il sito in rete del patriarcato — rientra nel grande giro di visite pastorali che il presule sta svolgendo nella diocesi, un tour iniziato due anni fa e ancora in corso. A Jaffa il patriarca ha incontrato una comunità cristiana araba piccola e sofferente che lotta per trovare o mantenere la sua identità nel cuore della grande città israeliana.
«Molti bambini non parlano l’arabo e la maggior parte dei giovani non va a messa», ha osservato sua beatitudine, il quale ha accolto con grande favore la presenza di un gruppo di giovani cristiani arabi intervenuto alla celebrazione. Il patriarca, in particolare, è rimasto molto toccato dalla comunità indiana e filippina: «Sono molto fedeli alla fede e alle loro tradizioni. Nella Chiesa, coloro che vivono nella paura di essere cacciati dal Paese, trovano un rifugio, un riparo e un luogo per stare insieme». Più volte alla settimana, questa comunità di migranti si trova in chiesa o al centro «Nostra Signora, Donna del Valore» di Tel Aviv, per dei momenti di incontro fraterno intorno a un piatto tipico o insieme per la preghiera e l’adorazione eucaristica. «Pregano a volte dopo aver lavorato, dalle dieci di sera fino alle due del mattino. La loro presenza è un tesoro per la Chiesa, una testimonianza per i cristiani locali, spesso troppo occupati con la politica», ha sottolineato il patriarca. Nel corso della visita anche l’incontro con i rappresentanti della Chiesa greco-melchita e ortodossa, con le autorità civili del Comune e con i responsabili della polizia di Jaffa, che hanno assicurato di volere fare il possibile per garantire a tutti una vita nella pace e nella sic u re z z a . Proprio recentemente, come si ricorderà, la Commissione episcopale per i pellegrinaggi, che opera in seno al patriarcato, aveva rinnovato l’invito a visitare la Terra Santa, sottolineando come tali viaggi, nonostante gli echi del conflitto israelo-palestinese, si svolgano in completa sicurezza. In particolare, si è ribadito che i pellegrinaggi rappresentano anche un modo efficace per sostenere i cristiani in Terra Santa sia sul piano spirituale che su quello materiale. Inoltre, i pellegrini possono offrire un contributo importante per mettere fine al conflitto israelo-palestinese. Infatti, i pellegrini cristiani — si afferma nel documento — «vengono accolti calorosamente da cristiani, musulmani e ebrei, perché sono considerati in questa area del mondo come ponti di pace tra palestinesi e israeliani». Anche per questo i rappresentanti della Chiesa cattolica in Terra Santa incoraggiano «i pellegrini a venire e camminare dove ha camminato Cristo, a essere partecipi con noi nella nostra testimonianza di fede» e a verificare di persona «come possono diventare parte del nostro sogno di pace». Un appello rivolto in particolare alle Conferenze episcopali di tutti i Paesi, affinché sollecitino «le diocesi, le parrocchie e le associazioni a diffondere il nostro messaggio di incoraggiamento ai pellegrini», e che significativamente è stato diffuso in concomitanza con la visita in Terra Santa di diciotto presuli statunitensi che si concluderà il il 19 settembre prossimo. Una visita in cui i vescovi americani, accompagnati da responsabili del Catholic Relief Service, hanno modo di conoscere di persona la difficile e complessa realtà mediorientale. Nel corso di un incontro con il patriarca, padre Raed Abusahlhia, amministratore delegato della Caritas di Gerusalemme, ha presentato ai presuli i bisogni della gente della Terra Santa, specificando le esigenze attuali e concrete della Striscia di Gaza. Dopo l’intenso intervento di emergenza svolto durante la guerra, si deve adesso affrontare una lunga ricostruzione e continuare a soddisfare i bisogni immediati degli sfollati e dei senza tetto. Padre Raed ha sottolineato come la Caritas lavori per la pace e la convivenza pacifica. In una recente iniziativa denominata «Palloni non bombe», l’organizzazione ha distribuito più di 7.000 palloni di calcio ai bambini di Gaza. «Questo è un messaggio molto simbolico. Su entrambi i lati, i bambini hanno sofferto. Questi bambini dovrebbero giocare», ha detto padre Raed, il quale ha anche riferito di essere stato colpito durante la guerra dalla solidarietà di molti israeliani, di associazioni per la pace o di individui che hanno fornito assistenza e hanno espresso il loro sostegno alla popolazione di Gaza. Sottolineando l’importanza dell’istruzione nella formazione alla pace di una nuova generazione, padre Faysal Hijazen, direttore della scuola di Beit Jala, ha presentato le sfide affrontate dalle scuole in Terra Santa presenti nella regione da oltre 160 anni, e che attualmente si dedicano alla formazione di oltre 17.000 studenti, in 45 istituti.

© Osservatore Romano - 18 settembre 2014