Una voce di giustizia
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- Creato: 29 Gennaio 2015
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GERUSALEMME, 29. «I fedeli attendono dalla Chiesa che essa si esprima a favore della giustizia e della difesa dei diritti, e il nostro dovere è quello di far sentire la nostra voce». Parole di monsignor Michel Sabbah, patriarca emerito di Gerusalemme dei Latini, che nei giorni scorsi è intervenuto presso il Centro Harry Truman dell’Università di Gerusalemme sul tema dell’identità dei cristiani arabo-palestinesi in Israele. Nel suo intervento — diffuso integralmente dal sito del patriarcato — il presule ha tentato di offrire delle risposte ad alcuni pressanti interrogativi riguardanti la tormentata presenza dei cristiani “indigeni” in Terra santa, le sofferte sfide alle quali sono chiamati a rispondere e le possibili scelte per l’avvenire. Un contributo alla riflessione che in molta parte ha potuto attingere al vasto patrimonio di esperienze personali. Originario di Nazareth, monsignor Sabbah ha visto, ancora seminarista, la guerra del 1948 e, successivamente, già sacerdote, quella del 1967. In quanto pastore della Chiesa latina a Gerusalemme, dal 1988 al 2008, ha conosciuto la prima e la seconda intifada oltre che la prima guerra del Golfo, ma anche la creazione dell’Autorità palestinese. Testimone privilegiato, anzi per molti versi protagonista, di avvenimenti segnati da un drammatico alternarsi di speranze e delusioni, il patriarca emerito ha ricordato la ricchezza della presenza cristiana in Terra santa, notando come malgrado le differenti «radici etniche e linguistiche», che si riflettono anche nelle denominazioni delle diverse Chiese, la maggior parte dei componenti di queste comunità ha «un senso di appartenenza al mondo arabo». Sottolineando, inoltre, come «noi siamo cristiani qui in Israele, e al tempo stesso, siamo cristiani in Medio oriente». Quanto alle relazioni ecumeniche tra le diverse confessioni che popolano la terra di Gesù, monsignor Sabbah ha rilevato come «benché siamo distinti e divisi gerarchicamente, in linea di massima tra di noi ci sono buoni rapporti». E parlando poi dei doveri morali dei capi delle Chiese, con riferimento al conflitto israelo-palestinese, il presule ha rimarcato come i fedeli attendano sempre dai loro pastori delle parole in difesa della giustizia e della tutela dei diritti dei più deboli. Riguardo ai rapporti con lo Stato israeliano monsignor Sabbah ha invitato a distinguere tra due differenti situazioni, quella dei cristiani che si trovano nei territori occupati e quella di coloro che vivono all’interno di Israele. In ogni caso, ha aggiunto, «un cristiano appartiene al suo popolo, al suo Paese e alla sua società», cosa che i cristiani in Medio oriente dimostrano ormai da secoli. Infatti, anche se «costituiamo un piccolo numero, noi non siamo minoranze o elementi estranei nei nostri Paesi». Quale futuro, dunque, per i cristiani della regione? Per monsignor Sabbah, esso «dipende dall’avvenire stesso di Israele e della Palestina». Una situazione che mette ogni cristiano anche di fronte alla responsabilità della propria coscienza. Poiché, «guardando al senso di tutti questi fattori esterni, locali e internazionali, il nostro avvenire in quanto cristiani dipende in ultima analisi da noi stessi, dalla nostra fede». Infatti, «la fede diventa una forza spirituale» e se siamo posti di fronte alla morte e ai massacri, dobbiamo educarci a vivere con il pensiero di essere dei martiri e di dover donare la nostra vita con audacia».
© Osservatore Romano - 30 gennaio 2015