Pellegrinaggio alle fonti
- Dettagli
- Creato: 08 Gennaio 2014
- Hits: 1984
di JEAN GUITTON Tra le parole antiche che la nostra epoca ha rivestito di un valore nuovo metto la parola Fonte. Desideriamo rinfrescarci ritornando alle fonti della vita, come la donna di Samaria che attingeva l’acqua profonda. A dire il vero, nell’umanità c’è sempre stato questo desiderio insaziabile di ritornare al luogo delle origini. Gli immensi movimenti dei pellegrinaggi medievali, che mettevano in cammino le masse verso il sepolcro di san Giacomo, verso Roma, verso Gerusalemme, erano in fondo provocati dal desiderio di risalire alla Fonte primaria, da dove il Tempo scorre a partire dall’Eternità. Si potrebbe dire che se i nostri antenati prendevano il bastone del pellegrino, lasciando la loro casa paterna ed esponendosi a rischi inimmaginabili, era per raggiungere infine il luogo in cui giace la Fonte. Le lunghe distese ostili che percorrevano erano in realtà un simbolo, com’è anche un simbolo quel faticoso pellegrinaggio che chiamiamo vita. Attraversando lo spazio, risalivano il tempo, «approfittavano del tempo», come dice Paolo. Ormai lo spazio è quasi soppresso: non c’è più viaggio. Si viene gettati da un punto all’altro. Roma è separata da Gerusalemme solo da un jet, da un colpo d’ali. Ormai il corpo umano ottiene quell’ubiquità che solo il rapido pensiero aveva. E il Papa, che è il padre dell’immensa famiglia, il segno della sua unità, si può recare, con qualche ora di volo, laddove lo Spirito gli chiede di andare. Era giusto che il primo di questi decolli fosse da Roma verso Gerusalemme, come a risalire il tempo, per ricollegare più visibilmente la Chiesa ai luoghi stessi in cui ebbe origine, per ritornare a quell’unica Fonte che è il sangue di Gesù. Il Vangelo di san Giovanni lo dice bene: la Chiesa nacque dal cuore trafitto dalla lancia da dove scorrevano e scorrono sempre l’acqua battesimale e il sangue eucaristico. Se c’è mai stato nella storia di questi primi venti secoli un pellegrinaggio alla Fonte, è stato quello di Paolo VI. Gerusalemme-Roma: sono i due assi, o almeno i due poli, attorno ai quali ruota la sfera misteriosa dei fedeli e dei santi. E, nel disegno divino, sembra che Gerusalemme dovesse essere il centro della religione di Gesù, che realizzava la speranza di Israele. Fino al 63 i cristiani e gli ebrei sparsi nell’Impero pregavano nella stessa direzione: quella del Tempio di Gerusalemme, che non era lontano dal Golgota e dal monte dell’Ascensione. Ma Gerusalemme fu conquistata, rasa al suolo; gli ebrei furono dispersi. Pietro e Paolo morirono martiri al centro dell’Impero; e Roma divenne per i cristiani la seconda Gerusalemme. Ma non eclissò la prima, la Terra veramente santa, luogo dell’unico Evento, centro e focolare della storia, asse attorno al quale ruota tutta la Storia umana: l’Incarnazione. In verità, è per ragioni fortuite che i successori di san Pietro non sono «risaliti verso Gerusalemme»: la lunghezza e la pericolosità del viaggio, l’occupazione della Terra Santa da parte dell’Islam, il fallimento delle crociate, la divisione dei cristiani, lo stabilirsi del Papa a Roma, complicazioni internazionali. Ma una volta aggirati gli ostacoli attraverso la storia o la tecnica, era ragionevole e salutare che il vicario di Cristo mettesse i propri passi in quelli del suo unico Signore, rifacesse il cammino della sua croce, si accampasse sulle alture della sua gloria. Sì, tutto era così naturale, così semplice da concepire, da fare. Ma occorreva ancora vederlo e volerlo in uno di quegli atti insieme tanto semplici e tanto difficili come lo sono gli atti profetici. In effetti io vedo tre modi per uno spirito di comunicare con un altro spirito e, al limite, con la moltitudine degli spiriti presenti in uno stesso istante nell’universo. Il primo modo è la parola, che passa dalla bocca all’orecchio prima di seppellirsi nella Scrittura muta e immobile, da dove il pensiero la fa risorgere. Il secondo è il silenzio, che esprime, dopo la parola, ciò che è indicibile, inesprimibile, l’intimità del mistero, l’amore e l’adorazione. Ma esiste anche una terza lingua, familiare agli artisti, ai poeti, ai profeti: è il simbolo. È senza dubbio la comunicazione più simile alla luce: universale, adatta ai saggi e ai bambini, ricca di significati diversi, duratura, inesauribile. Da un simbolo si può sempre trarre un nutrimento nuovo. Pa o l o VIsi avvale di questi tre modi del linguaggio umano: ed ecco che sale a Gerusalemme, facendo così atto di nabi, creando un evento di cui nessuno in quel momento può esaurire i significati. Io che, per tutta la vita, ho riflettuto sul mistero del Tempo nel suo rapporto con l’Eternità, vedo in questo viaggio del Pellegrino il simbolo stesso del Tempo cristiano. Cristo, nel quale si svolgono i secoli che egli ha fatto, è allo stesso tempo dietro di noi, per farci muovere, e davanti a noi, per attenderci. È l’alfa e l’omega, colui che inizia, colui che consuma, colui nel quale tutto si articola e si ricapitola. Paolo VIva da Gesù solo. Rimonta il tempo fino alle origini del Cristianesimo. Ma si fa anche carico di quei venti secoli di storia, delle divisioni dei cristiani, delle scissioni tra i figli di Abramo nostro Padre. Accelera il corso del tempo, offre il tempo a quel Cristo del futuro nel quale Dio sarà tutto in tutti, secondo il pensiero profondo dell’Apostolo di cui ha voluto portare il nome. L’altro giorno, a San Pietro, sono stato colto dalla sorpresa nell’ascoltare l’annuncio di questo Pellegrinaggio profetico alle fonti, che niente faceva prevedere e che ora appare così naturale, così semplice. Una parola mi ha colpito; quella del primo annuncio che, come una chiave musicale, dà senso a tutto il brano: humillime. È anche la parola di san Paolo — ho pensato —, la parola della Lettera ai Filippesi, dove san Paolo annuncia che l’incarnazione è stata un atto dell’umiltà divina.
© Osservatore Romano - 7-8 gennaio 2014