Eco dell’armonia di Dio
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- Creato: 21 Luglio 2014
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I primi componimenti dedicati alla Madonna in Oriente mostrano chiaramente le diverse “forme” innografiche che sono entrate nel repertorio della liturgia bizantina. Nella storia ed estetica musicale, il loro canto riveste un’importanza considerevole, essendo tutto il canto bizantino uno dei repertori liturgico-musicali più antichi nell’ambito del culto cristiano.
Situato storicamente e geograficamente in rapporto privilegiato con la tradizione musicale greca, con il canto liturgico ebraico e con quello cristiano primitivo, da esso sono derivati tutti i repertori liturgico-musicali orientali, slavi, russi e greco-ortodossi. È, inoltre, ormai accertata la sua influenza, seppur parziale, anche su alcuni repertori liturgico-musicali dell’Occidente, da quello romano-antico a quello ambrosiano, beneventano e mozarabico. La storia della liturgia bizantina e ortodossa inizia ufficialmente nell’anno 527, con l’elezione di GiustinianoI a imperatore dell’impero d’Oriente, ma ha radici molto più antiche, attingendo all’e re d i t à greca, protocristiana siriaca e palestinese. Essendo la chiesa di Hagia Sophia a Costantinopoli il centro della Chiesa d’Oriente, la sua liturgia cantata doveva essere modello per tutte le nuove chiese dell’impero, all’interno però di un pluralismo linguistico molto diversificato a seconda delle zone in cui si officiavano i vari riti — greco, armeno, siriaco, arabo, paleo-slavo, georgiano, e così — a differenza dei repertori occidentali contraddistinti dalla sola lingua latina. Di trasmissione orale, il canto greco era in origine una semplice cantillazione — ovvero una sorta di declamazione su note fisse — destinata ad ampliare i testi liturgici mediante la produzione di nuove forme poetiche che entrarono anch’esse a far parte della liturgia cantata. Sviluppatasi fino all’VIIIsecolo in modo pressoché analogo a ciò che accadeva nel resto d’Europa, privilegiò come forme musicali l’inno e il canone. La ricca produzione della prima forma compositiva dell’Inno, ordinata liturgicamente nel IV secolo da san Basilio (329-379) e da san Giovanni Crisostomo (344/354-407), sarà insieme al Canone la risposta alla controversia iconoclasta (717-740) che, pur riguardando le arti figurative, tentò di arrestare l’inventiva musicale. In seguito gli “innografi” c o m i n c i a ro n o a produrre inni ben più elaborati di quanto si facesse in origine, pur dovendo mantenersi sempre nell’alveo dell’antica tradizione originaria dell’unica forma innica, fino a giungere a momenti di splendore nelXIIIsecolo con l’i n c o ro n a z i o n e di Michele Paleologo nella stessa chiesa di Santa Sofia, mentre dalXIVsecolo a causa della dominazione turca inizierà il declino del patrimonio musicale bizantino. L’inno sacro, in realtà, sorse con i primi secoli dell’era cristiana e si sviluppò grazie all’impulso dei poeti lirici, compositori anche delle stesse melodie scolpite fermamente nella memoria dei cantori. Il poeta-compositore (mèlodos) interpretava i contenuti e le forme della religiosità orientale da sempre caratterizzata da una forte impronta essenzialmente ascetica, realizzando, perciò, una musica che, pur nella sua ineludibile funzionalità celebrativa nell’ambito della liturgia basilicale o monastica, ha raggiunto momenti di contemplazione e di profondità spirituale. Secondo le concezioni artistiche dei melografi orientali «un’eco dell’armonia e della bellezza di Dio si riflette sulla gerarchia degli esseri in cielo e da questo sulla gerarchia terrestre della Chiesa», così da ritenere che gli inni liturgici possedessero quell’ispirazione divina colta dall’artista autorizzato e, allo stesso tempo, obbligato a seguire un modello di inno già esistente e giunto alla Chiesa per rivelazione divina. Il metodo creativo, conseguenza di queste concezioni, consistette nel perpetuarsi di stilemi letterari antichissimi, nel permanere attraverso i secoli di brani che si tramandavano unicamente nella memoria, nella prassi di comporre contaci e canoni basandosi su di una strofa iniziale (detta “irmo”), della quale si devono ripetere e non mutare la struttura metrica e sillabica, l’eventuale acrostico, e via dicendo. Stilisticamente il repertorio di canti bizantini si divide in tre grandi filoni: lo stile “hirmologico” comprendente odi e canoni; lo stile “sticherarico” contenente poemi monostrofici, tropari (ossia interpolazioni ai versetti dei salmi) e altri; lo stile “melismatico” includente alleluia, cherubica, kontàkia, e via dicendo. I primi due stili sono attestati senza variazioni rilevanti dal IX al XIVsecolo, mentre il terzo compare solo nel XIIIsecolo. Lo stile hirmologico si caratterizza per le melodie brevi, più o meno incentrate sempre sugli stessi suoni, sillabiche o semisillabiche (al massimo due note per sillaba); lo stile sticherarico, a sua volta, evidenzia la presenza di melismi, ovvero brevi passaggi con più note sulla medesima sillaba; lo stile melismatico esprime invece canti riccamente ornati, di non facile esecuzione e molto lunghi, eseguiti da un “psaltista” (solista) su un testo di difficile comprensione a causa dei lunghi vocalizzi su un’unica sillaba. Per la composizione degli inni i mèlodi non ricorrono più al sistema del metro classico basato sulla quantità sillabica (vocali lunghe e brevi), non più capito né fruibile dal popolo, ma adottano un sistema più semplice, basato sull’accento tonico (omotonia) e sul numero delle sillabe (isosillabia), lo stesso che incontriamo nella bibbia greca, così da poter cantare il testo sacro con maggiore speditezza e quasi senza modificazioni. Accanto alla diversificazione degli stili di canto, troviamo anche una molteplicità di tradizioni meliche a causa della molteplicità dei riti in Oriente. Si tratta di tradizioni di canto giunte fino a noi, in alcuni casi, unicamente per trasmissione orale, delle quali, tuttavia, possiamo rilevare la struttura musicale che, nel complesso, risulta sostanzialmente omogenea, caratterizzata dalla monodia — cantata da una o anche più persone — ed esclusivamente vocale su un ristretto numero di suoni con una indivisibilità dell’unità di tempo, che suscita un senso di grande e inalterata gravità insieme a naturalezza. Sappiamo che, dall’esecuzione odierna dei brani greci — verosimilmente erede della tradizione antica dello stile costantinopolitano — il modo di cantare doveva essere finalizzato alla piena comprensibilità delle parole e al significato mistico dei testi, così come l’esecuzione del canto liturgico occidentale che poi prenderà il nome di canto gregoriano.
© Osservatore Romano - 22 luglio 2014