Elogio della felicità fragile
- Dettagli
- Creato: 28 Gennaio 2015
- Hits: 2746
di SILVIA GUIDI Impossibile non trovare spunti e argomenti interessanti in una miscellanea di studi così ricca: cinquanta contributi pubblicati da Vita e Pensiero in onore di Annamaria Cascetta, già ordinario di Storia del teatro e dello spettacolo e direttore del dipartimento di Scienze della comunicazione e dello spettacolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, a cura di Roberta Carpani, Laura Peja e Laura Aimo ( Scena madre , Milano, 2014, pagine 545, euro 60).
Sfogliando il volume ci si imbatte in un caleidoscopio variegato di approfondimenti sui temi più disparati: dal personaggio di Maria Maddalena nelle sacre rappresentazioni della Firenze medicea alle disavventure di una vedette della comicità al femminile nella seconda metà del Seicento, Laura Sersali, nota con il nome d’arte di Lucinda, dalla descrizione di un’autoironica gara di ballo tra Sforza e Aragonesi durante i festeggiamenti per il matrimonio di Ippolita e Alfonso duca di Calabria — la vittoria andò ai più goffi e sgraziati, non ai ballerini più esperti — alle donne-coraggio di Laura Curino, dalle recensioni — a volte caustiche, sempre elegantissime — di Henry James ai reportage ante litteram sui giochi pirotecnici per l’i n c o ro n a z i o ne della Madonna della Misericordia celebrata a Savona da Papa Pio VII il 10 maggio 1815. Il titolo, Scena madre , ricorda il fil rouge del volume, il teatro e la donna, e, in senso lato, l’arte scenica vista nella sua generatività, per parafrasare il titolo di un recente saggio di Mauro Magatti e Chiara Giaccardi; una lente che aiuta a guardare se stessi e a leggere con maggiore chiarezza splendori e miserie della propria epoca. È questo, ad esempio, l’ambizioso obiettivo del progetto La bellezza salvata dai ragazzini (esplicito omaggio a Elsa Morante) di Antonia Spaliviero e Gabriele Vacis. «I primi minuti sul set — raccontano i registi — sono il banale avvicendamento tra persone che non si conoscono e le telecamere. Ma il passare paziente del tempo, il guardarsi in faccia e raccontarsi, per esempio, quale momento della propria vita ricordiamo come il più bello, fa nascere quella sorta di cenacolo in cui comprendere un concetto di per sé inafferrabile come quello della bellezza, scovandone sensi e sensibilità da far invidia agli storici dell’arte o ai filosofi». Il primo e più tenace ostacolo da abbattere è «l’apparenza, questa la terribile maschera della bellezza, del nostro sguardo che si ferma alla superficie delle cose, impaziente, sfuggente, superficiale, senza la quiete necessaria per vedere tutto quello che c’è da vedere», consapevoli che la schiavitù dell’apparenza colpisce tutti, indipendentemente dall’anagrafe. Un episodio apparentemente banale avvenuto durante le selezioni per lo spettacolo sintetizza in modo efficace la difficile marcia di avvicinamento verso il sé più profondo e più autentico degli adolescenti aspiranti attori. «Abbiamo il ricordo nitidissimo — scrivono Antonia Spaliviero e Gabriele Vacis — di un mattino sul set, all’oratorio Belvedere di Vercelli. Ci ritroviamo davanti due ragazzine, hanno quindici anni ma dall’aspetto potrebbero averne venti o venticinque, sono addobbate secondo la moda televisiva del momento. Sono i volti degli adolescenti che si vedono anche per strada, continuamente, ma mai in un primo piano così ravvicinato, così impietosamente privo di artifici. Da così vicino si vede il trucco fatto in casa, il fondotinta caricato, l’eye-liner marcato sulle palpebre con dose pesante di mascara (...) Anche la mobilità della loro espressione è compromessa, nei loro corpi la naturalezza dell’età è contraffatta. Iniziamo a parlare e, piano piano, le risatine, le sventolate della capigliatura all’indietro, gli ammiccamenti, lasciano il posto a una certa timidezza, a un pudore discreto, un sorriso disteso ma pensieroso, una voglia di dirsi così come si è». Parlare di sé con semplicità e sincerità lentamente sgretola il guscio dell’omologazione. «A un certo punto — continuano Spaliviero e Vacis — abbiamo capito che erano pronte, che potevamo farlo. Ci siamo procurati latte detergente e cotone e glielo abbiamo messo lì davanti. E loro hanno capito. “No o o o!” hanno detto ma poi... con le mani quasi tremanti e lentamente hanno preso il cotone, versato il latte detergente e quasi come un gesto purificatorio, piano piano se lo sono passato sul viso connaturandolo, finalmente, a quella bellezza di cui eravamo riusciti a parlare: meravigliose e insicure perché senza maschera ma pronte ad avere il coraggio di mostrarsi in quel nudo senza a p p a re n z a » . L’ottusità e il conformismo dell’abitudine possono velare anche la bellezza di opere d’arte che tutti pensano di conoscere, ma di cui spesso viene ignorata la reale profondità. Ne può essere vittima persino il grande Lev Tolstoj, e il suo romanzo più celebre, scrive Armando Fumagalli nel saggio Anna e le sue s o re l l e , dedicato agli adattamenti per grande e piccolo schermo di Anna Ka re n i n a . In pochi tra gli sceneggiatori, per fare un esempio tra i tanti possibili, si ricordano della coppia Levin-Kitty, controcanto alla vicenda tragica di Anna e Vronskij, benché Levin non sia affatto un personaggio minore, ma l’alter ego di Tolstoj. Il problema, chiosa Fumagalli, è che i due all’interno del romanzo sono il simbolo della tenerezza e della capacità generativa dell’amore cristiano. L’idea di fondo è che Anna ha fatto di Vronskij il suo assoluto e che un uomo non può mai, da solo, essere oggetto sufficiente di un amore così totalizzante. Se impostato in modo idolatrico, l’amore è destinato a naufragare, scontrandosi con l’ineludibile limitatezza di ogni essere umano. «È un tema culturalmente oggi importantissimo — continua Fumagalli — perché secoli di tradizione romantica fanno illudere molti che l’a m o re di una coppia possa tradursi in un idillio perfetto e senza ombre». Eccezione che conferma la regola, la miniserie della Luxvide andata in onda su Rai Uno nel 2013, che si chiudeva (come peraltro il romanzo) con una nota di speranza: il suicidio di Anna è montato in alternato con la nascita del figlio di Levin e Kitty, che nel romanzo è di poco precedente. E il finale è dedicato all’alter ego dello scrittore russo, di solito tagliato al cinema. «Al contrario di quanto larghissima parte degli adattamenti hanno indotto a pensare — conferma lo sceneggiatore Francesco Arlanch — Anna Karenina non è in primo luogo un romanzo su una relazione extraconiugale. Sì, è anche questo. Ma è soprattutto un romanzo che esplora se e come sia possibile, per donne e uomini, sposati o meno che siano, essere felici. Anna, purtroppo, non ci riuscì. Kitty, invece, ebbe la fortuna di farcela. E Tolstoj — diversamente da quanto larga parte degli adattamenti ci fanno credere — conclude il romanzo in modo ottimistico: la felicità è fragile, ma alla portata di tutti».
© Osservatore Romano - 29 gennaio 2015